Contributi da record E i ventenni di oggi in pensione a 71 anni

Contributi da record E i ventenni di oggi in pensione a 71 anni
6 Dicembre Dic 2017 8 giorni fa

Studio Ocse svela che l'Italia è uno dei Paesi con età di ritiro e oneri previdenziali più alti

Un ventunenne italiano di oggi che ha iniziato a lavorare nel 2016 per avere la pensione dovrà aspettare 50 anni e due mesi. L'assegno previdenziale arriverà quando compirà 71 anni e due mesi mentre un suo collega tedesco (ma anche canadese, austriaco, spagnolo e ungherese) potrà intascarlo sei anni prima, quando ne compirà 65. I giovani francesi possono fare progetti da pensionati per i 63 anni. Alle soglie del 2060, per trovare pensionati anziani come quelli italiani bisognerà andare in Olanda (71 anni) oppure in Danimarca, dove l'età pensionabile obbligatoria arriverà a 74 anni.

In poche parole il sistema previdenziale italiano, visto in prospettiva, non è così generoso come sembra anche se ad analizzarlo è un osservatorio molto severo come l'Ocse. È estremamente rigoroso con i pensionati futuri, ma paga oggi i costi di un passato troppo generoso, quello delle pensioni baby.

L'organizzazione di Parigi ha dato conto di uno dei dati citati più spesso dal presidente dell'Inps Tito Boeri, cioè l'età effettiva del pensionamento, che in Italia è ancora bassa. Gli uomini vanno in pensione a 62,1 anni, le donne a 61,3 anni. Meno dell'età pensionabile di legge registrata dall'Ocse nel 2013 è a 66,6 anni per gli uomini e 65,6 per le donne. Comunque un dato non molto diverso da quello di Austria, Spagna. Più generosa, ancora una volta, la Francia con un'età effettiva di pensionamento che oggi è a 60 anni.

Unica consolazione per i giovani lavoratori di oggi, è che avranno delle pensioni molto tardive, ma anche ricche. Potranno intascare assegni pari all'83% dell'ultimo stipendio, mentre il tasso medio dell'Ocse è del 58,7%.

Resta il fatto che l'Italia risulto ancora come uno dei paesi che spende di più per le pensioni, come certifica il rapporto Pensions at glance. Nel 2013, circa il 16,3% del Pil. Più di noi c'è solo la Grecia, con il 17,4%. Le pensioni rappresentano il 31,9% della spesa pubblica (il doppio della media Ocse) e in soli tre anni, tra il 2000 e il 2013, le risorse destinate a questo settore sono aumentate del 20,9%. Un'impennata che non ha eguali nei paesi Ocse (organizzazione che riunisce i 35 paesi più sviluppati del pianeta). Record italiano anche per la quota di contributi pagati da datori e lavoratori. Siamo tra i paesi che ne pagano di più, con il 33% della retribuzione.

Piccolo problema, segnalato anche ieri dai sindacati, nel calcolo l'Ocse include sia la spesa per l'assistenza sia quella per la previdenza. «Serve una commissione che identifichi con esattezza la spesa previdenziale e quella assistenziale nel nostro Paese, al fine di realizzare un'operazione verità», ha chiesto ieri Domenico Proietti, segretario confederale Uil. Secondo i sindacati, la vera incidenza delle pensioni sul Pil è dell'11%, «perfettamente in linea con la media europea e sotto quella di Francia e Germania».

L'Ocse chiede all'Italia di «limitare al tempo stesso la spesa pensionistica nel breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati». Una delle soluzione è trovare delle forme per fare uscire gradualmente i lavoratori anziani. Nei Paesi Ocse «circa il 50% dei lavoratori sopra i 65 anni lavorano part time», in Italia sono meno di un terzo. Flessibilità che diventerà inevitabile per gli attuali 20 enni, condannati a lavorare oltre i 70 anni.

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