"La morte è un muro che nasconde il nostro destino di esseri smarriti"

La morte è un muro che nasconde il nostro destino di esseri smarriti
6 Dicembre Dic 2017 10 giorni fa

Un "manualetto" a uso delle anime della nostra epoca, per provare a orientarci fra le domande di sempre

Di Jean d'Ormesson

La morte è la meta e l’esito di ogni vita ed è impossibile non parlarne. Sappiamo tutto – o quasi tutto – della vita fino alla morte. Della parte della morte che appartiene ancora alla vita possiamo parlare. Della morte dopo la morte non sappiamo niente. Non ne abbiamo mai saputo niente. Non ne sapremo mai niente. E forse non c’è niente da sapere. La cosa più strana nella morte è questa barriera insuperabile che la separa dalla vita. Si direbbe che sia una cosa voluta. In un remotissimo passato, milioni e milioni di secoli fa, viene innalzato all’inizio un muro per impedirci di conoscere la nostra origine. In un futuro vicinissimo, tra qualche anno, tra qualche mese, o forse domani, viene innalzato alla fine un muro per impedirci di conoscere il nostro destino. Non sappiamo da dove veniamo, non sappiamo dove andiamo. Siamo tutti quanti degli smarriti.

Forti e fieri del loro pensiero che trionfa nello spazio e nel tempo, gli uomini sono liberi, o credono di esserlo. Come il pensiero, come il male, anche la libertà è una peculiarità di questo primate che si è elevato al rango di padrone del mondo. La materia, innocente, inerte, muta, non ha altra scelta che quella di essere quello che è. La vita invece, volubile, attiva, colpevole, non si accontenta mai di rimanere simile a se stessa. Si muove senza posa, si trasforma, rimane la stessa e cambia. Nell’animale c’è qualcosa della pianta, nell’uomo c’è qualcosa dell’animale. E nell’animale e nella pianta c’è già l’annuncio dell’uomo. Un tocco – un’ombra, una parvenza di libertà – si nasconde fin dall’origine al cuore della vita e si sviluppa lentamente con essa. Nei fiori e negli alberi si potrebbe individuare una sorta di slancio verso la libertà. Le scimmie, le api, i delfini, gli elefanti, che si muovono a loro piacimento, giocano, comunicano tra loro, sono liberi entro strettissimi confini fissati da un programma, tipo foglio di viaggio, dal quale non ci si può discostare neppure un poco. La libertà sorge con l’uomo e trionfa con lui.

Siamo liberi. Secondo molti filosofi – per esempio, Jean-Paul Sartre – siamo addirittura liberi «da parte a parte». La stima è un po’ forte e la pretesa esagerata. La nostra libertà è delimitata dalle esigenze e dalle regole più severe. Non siamo liberi di rifiutare di essere nati, di sfuggire alla morte, di essere una persona diversa da quella che siamo, di tornare indietro, di averla vinta sul tempo, di uscire dalla storia. Ma siamo liberi di agire o di non fare niente, di scegliere la destra o la sinistra, di dire di sì o di no, di accettare o di rifiutare, di dare un significato nuovo al passato, di modificare l’immagine che ci facciamo di noi stessi e che offriamo agli altri, di prevedere in una certa misura e di preparare il futuro e di forgiare il nostro destino. In una parola, siamo liberi di essere degli uomini e delle donne liberi. In questo mondo condannato e in questo tempo implacabile, la nostra libertà consiste nello scegliere a ogni istante tra il bene e il male. O tra il peggio e il male minore, che qualche volta può essere delizioso. (...) Vivere vuol dire anzitutto tentare di evitare il peggio. E non sempre il peggio è la morte

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