Poveri noi cattolici alla prova come Giobbe

Poveri noi cattolici alla prova come Giobbe
7 Dicembre Dic 2017 9 giorni fa

A noi uomini religiosi le novità religiose piacciono poco. Perché religione significa, lo dice l'etimologia della parola, «legame», e i legami a forza di strattoni si allentano. Inoltre non esiste religione senza rito e i riti sono affascinanti perché ci appaiono atemporali, ritmati sull'eterno: i continui cambiamenti li fanno sembrare contingenti e li screditano. Per questo la proposta di cambiamento del Padre Nostro, avanzata da Papa Francesco nel suo ultimo libro e ai microfoni di Tv2000, non mi entusiasma. Per questo e per altro. «È una traduzione non buona», ha detto il Santo Padre riferendosi al famoso «e non ci indurre in tentazione». Peccato che la traduzione «non buona» sia addirittura di San Girolamo, padre e dottore della Chiesa, autore della prima traduzione completa della Bibbia in latino. I burocrati della Cei, che dal 2008 vorrebbero farci dire «e non abbandonarci alla tentazione», possono conoscere il greco antico meglio di un simile gigante? Ricordiamoci che Girolamo, non a caso nominato patrono dei traduttori, era bilingue: per lui il greco dell'originale biblico non era una lingua libresca, era il greco dei suoi tempi e dei suoi luoghi, Antiochia e Costantinopoli. Che abbia tradotto male un passaggio così importante, sembra perlomeno strano. Papa Francesco, intervistato alla tv dei vescovi da un prete vestito come un assistente sociale, in polo e sneaker, ne fa una questione teologica: «Non è mai Dio a indurci in tentazione ma Satana». Affermazione che suonerebbe rassicurante, se non stridesse con numerosi episodi biblici. Qualche settimana fa ho riletto il libro di Giobbe, sottoposto a ogni genere di prove proprio per verificare se cederà alla tentazione di maledire Dio. Nell'Antico Testamento anche Abramo viene esplicitamente messo alla prova, anche l'intero popolo di Israele... Con questo pontificato anche noi cattolici siamo messi alla prova.

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