Un duro dal cuore d'oro

7 Dicembre Dic 2017 6 giorni fa

di Luca Beatrice

Se proprio tocca andarsene, al netto della malattia, delle cure, della corsa contro il tempo, che resti di noi un'immagine come quella di Johnny Hallyday. Lo stesso giubbotto nero, gli stessi anelli d'argento e la lunga catena al collo. I capelli tinti di biondo, appena più radi di quando era ragazzo. L'Harley Davidson parcheggiata in garage, le rughe marcate e le borse sotto gli occhi azzurrissimi, un po' di barba incolta, che i segni dell'età ti possono rendere anche più bello, più affascinante. Se proprio tocca andarsene, che al tuo fianco ci sia una donna giovane e bella, che l'ultima immagine ti disegni un sorriso sulle labbra a portarti in paradiso le curve del suo corpo. In un Paese, la Francia, per definizione incompatibile con il rock, Johnny ce lo ha portato, non tanto per i suoni quanto per gli atteggiamenti da divo vero, eccessivo, glamour e tamarro (oltralpe o sono raffinatissimi o decisamente camp). Evitando l'abusato termine icona, parliamo di lui come un mito assoluto dell'essere maschio, bianco, eterosessuale e, se c'è bisogno, di destra. Razza in via d'estinzione, da amare fosse solo per questo. Claude Lelouch, altro grande francese, gli ha dedicato un commovente ritratto in Parliamo delle mie donne: un anziano fotografo, prima di mettere fine ai suoi giorni per non dover soffrire, ritrova finalmente le figlie, legittime e no, accanto all'ultima compagna nella quiete del paesaggio alpino. Che morte felice accanto alle donne della tua vita. E ce lo ricordiamo, ancora Lelouch, ne L'avventura è l'avventura, nella parte di se stesso insieme ad altri fantastici cazzoni che prendono a calci la vita: Lino Ventura, Aldo Maccione, Jacques Brel e Charles Denner. La stessa faccia di Johnny da vecchio vorresti averla tu. E allora lo saluti e non lo piangi, come fu per il Califfo, che noi siamo duri dal cuore d'oro.

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