L'allarme di Ansaldo «Dove c'è un tedesco c'è anche il nazismo»

L'allarme di Ansaldo «Dove c'è un tedesco c'è anche il nazismo»
16 Dicembre Dic 2017 16 dicembre 2017

Negli anni '20 e '30 il giornalista annunciava «la nuova ondata che non potrà non venire»

Nello straordinario ritratto che nell'ottobre del 1929, in pieno regime fascista, Giovanni Ansaldo fece di Gustav Stresemann, lo statista tedesco odiato sia dai nazionalisti che dai comunisti, si legge: «Egli era uno di quegli uomini, che hanno fatto sangue proprio e proprio respiro l'imperativo Stirb und werde, il muori e risorgi di Goethe, di quegli uomini che comprendono i secoli che si rinnovano, i destini che mutano, e fin - diremmo - gli influssi delle costellazioni che cambiano. Più che fedele a una idea, a un sistema, era, fedele alla vita, credeva nella vita. Non amava drammatizzare le situazioni, non amava irrigidire i contrasti; non era sensibile al fascino di certi atteggiamenti gladiatori che hanno talvolta fatto ancora urlare di entusiasmo una nazione, dopo averla perduta. Sentiva piuttosto la vita (e la politica) come qualcosa che si fa e diviene, giorno per giorno, per vie imprevedute e con mezzi nuovi». Il più grande giornalista italiano del secolo forse descriveva anche se stesso, il suo senso realistico della vita, della politica, della storia, l'insofferenza per gli «atteggiamenti gladiatori» e per le passioni che avvampano le nazioni e che finiscono tra le macerie.

Se occorrono pochi libri, e a volte uno solo, per avere un posto nella repubblica delle lettere, la raccolta dei reportage di Ansaldo scritti per Il Lavoro di Genova ora ripubblicati da Aragno col titolo Il fascino di Sigfrido, con una elegante e precisa Prefazione di Francesco Perfetti (pagg. 249, euro 15), sarebbe bastata ad assicurare all'autore una meritata considerazione. Il libro è quello di un disincantato socialista riformista che, pur avendo collaborato alla Rivoluzione liberale di Piero Gobetti e all'Unità di Gaetano Salvemini, periodici lontani dalla SPD tedesca, tesseva, nel marzo 1925, un commosso elogio dell'uomo del popolo che, divenuto Cancelliere, aveva represso il ribellismo comunista e spartachista. «Chi lo vide, sia pure fuggevolmente, nel palazzo della Wilhelmstrasse, antica sede dei Cancellieri dell'Impero, tra la folla dei ricevimenti, ne riportò una impressione suscitatrice di rispetto e di stima. In quelle sale, dove la memoria di Bismarck pareva che non potesse tollerare nuovi venuti, e dove il solo nome del fondatore dell'Impero costituiva un confronto tremendo, l'apprendista sellaio di Heidelberg, si avanzò sicuro. Come nella Casa di Goethe, egli aveva lasciato il suo nome sulla soglia, e volle essere, e riuscì ad essere degnamente, il primo rappresentante eletto e legale di una grande nazione. Il legittimo erede».

In Italia, dove i parametri ideologici alterano i contorni delle cose, Ansaldo appare come un lontano erede di Machiavelli per l'istinto sicuro con cui teneva dietro alla «realtà effettuale». Conservatore? Indubbiamente se il conservatorismo si definisce come insofferenza per quanti «si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero». Ma Ansaldo poteva dirsi conservatore in una più positiva accezione del termine che apparenta il conservatorismo al liberalismo. Mi riferisco alla consapevolezza, per dirla con Mill, che il mondo è pieno di dei e quando non si bilanciano più, le civiltà entrano in decadenza. La dice lunga, nel Fascino di Sigfrido, lo sguardo triste con cui Ansaldo assiste al tramonto della vecchia Germania di Beethoven, Goethe, Heine. Quando vede il duomo di Colonia e il ponte degli Hohenzollern, «che cavalca orribilmente il fiume», scrive che Goethe «avrebbe preferito che il duomo fosse rimasto incompiuto, bello come il sogno di chi lo progettò. Egli sapeva che dopo il duomo si sarebbe fabbricato il ponte: un ponte kolossal fatto apposta per farvi passare i reggimenti della nuova Germania». Nessuna simpatia per i contemporanei «cocciuti e goffi tedeschi», ma ancor meno per i francesi, la cui occupazione della Ruhr era «l'estremo tentativo della Francia per assicurarsi l'assoluta egemonia in Europa». Ansaldo intuì, prima dei sociologi della mass society, le affinità tra Germania e Usa scrivendo: «quando i tedeschi trovano dei lati buoni negli americani, rivelano tutto l'americanismo latente sotto la corazza militare e burocratica della Germania moderna», «qui almeno ci sono le città tutte di case nuove, cresciute negli ultimi vent'anni in un rigoglio possente; qui le enormi stazioni, costruite senza risparmio di spazio e di sottopassaggi, qui i grandi ristoranti dove una banda di indemoniati suona il jazz anche alle nove del mattino...». E ben prima della storiografia revisionista si rese conto che la forza di Hitler, l'istrione con «l'eloquenza da garzone di barbiere», non stava solo nel terrore. «Tutte le migliaia e migliaia di tedeschi del Deutsche Front che questa mattina protendevano braccio, viso ed anima verso la Germania di Hitler, non erano andati inquadrati dal terrore, vi erano stati condotti dal loro sangue, dalla loro volontà di diventare sempre più tedeschi. Il terrore può esistere, ed esiste, in certi casi; ma il segreto vero è quello che i fatti palesi rivelano: là dov'è gente di lingua e cultura tedesca, ivi il nazismo fa presa nel profondo; e non c'è nient'altro da fare - da parte nostra - che stare bene in guardia, e uniti, per fare fronte alla nuova ondata che viene, e che non potrà non venire... Nessun popolo come questo riesce a unire la calma metodica e il furore, le abitudini comode con la libidine di marciare insieme verso qualche impresa di conquista e di preda; e questa sua capacità lo rende più di ogni altro minaccioso e terribile. È un popolo di Amici Fritz che ogni tanto diventano dei Sigfridi o hanno dei veri accessi di sigfridismo acuto».

Ansaldo non avrebbe esitato in seguito a separarsi dai mondi virtuosi e rancorosi che non avevano capito che la storia aveva voltato pagina. Non gli fu perdonato.

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