Ma quale femmina Semmai un maschio

Ma quale femmina Semmai un maschio
17 Dicembre Dic 2017 17 dicembre 2017

Massimiliano Parente

Virginia Woolf femminista? Femminile? In realtà l'unico femminista e femminile era Leonard Woolf, suo marito, Virginia era l'uomo di casa. Tanto per cominciare lui amava lei molto più di quanto lei amasse lui, e in amore ha sempre dato meno l'uomo della donna. Ammissione della stessa Virginia: «Mi ha fatto piacere che Leonard l'altra sera abbia detto che lui ama me più di quanto io ami lui. Ha detto che lui dipende dalla nostra (...)

(...) vita in comune più di me». Leonard era la vera donna della coppia, anche perché Virginia, nel frattempo, era impegnata in relazioni amorose con tantissime donne. Le amiche e amanti di Virginia erano tutte scrittrici, o lavoravano nel mondo dell'editoria: da Violet Dickinson a Vita Sackville-West a Ethel Smith. Sono loro che l'hanno aiutata a emanciparsi e a ottenere lavoro, o hanno avuto da lei lavoro, cosa che dalle femministe di oggi sarebbe reputata molto disdicevole. Imponeva loro di scriverle lettere lunghissime dove dicevano di amarla. Se fosse vissuta oggi, e avesse lavorato nel cinema, non sarebbe certo stata Harvey Weinstein, ma Kevin Spacey sì (un Kevin Spacey che si innamorava, ma chi l'ha detto che Kevin non abbia un cuore?). Amava firmarsi con l'appellativo di «capra», bisogna dirlo a Vittorio Sgarbi: se la grande Virginia si firmava capra, non è poi un insulto. Ovviamente, essendo una donna lesbica, aveva un modo e un linguaggio amoroso tutto lesbico, con metafore lesbiche. Leggere l'epistolario di Virginia Woolf per frugare tra le sue lenzuola è snervante, come leggere in generale gli scambi di effusioni tra qualsiasi lesbica, non ci si capisce mai niente, ma qualche volta sì. Nel luglio del 1903, per esempio, scrive al suo primo amore Violet Dickinson, con la quale si firmava con il nomignolo di Sparroy: «Quali profondità, quali ardenti profondità vulcaniche, il tuo dito ha saputo risvegliare in Sparroy - rimasta finora del tutto inerte». Su quel dito si è interrogata la critica per un secolo, e anche sulle profondità vulcaniche. Fino a Nadia Fusini, che firma la prefazione del volume Ritratto della scrittrice da giovane (Utet): «Tornano in mente le poesie e le lettere alle amiche di Emily Dickinson, dove in effetti la figura del Vesuvio domina. A conferma che se il godimento femminile trova la via dell'espressione, non solo fisica, ma linguistica, è non tanto fallico, quanto per l'appunto vulcanico». Sorgono domande, ancora una volta, sul povero Leonard, che tra vulcani e dita non riusciva a competere. Nessun simbolo fallico regge il confronto con un vulcano, molto più virile. Tra l'altro Virginia protestava con chi la paragonava, per sminuirla, a Madame de Sévigné, per farle vincere «la palma dell'immortalità come scrittrice di lettere», per non riconoscerla «come lo scrittore che sono». Aveva ragione lei: è entrata giustamente nel Pantheon dei grandi scrittori del XX secolo, insieme a Proust, Joyce e Kafka, c'è lei, Virginia Woolf. Insomma, sono tutti uomini. Quanto al femminismo vero e proprio, Virginia è stata superata dai tempi. Come è noto, voleva una stanza tutta per sé per poter scrivere: «Se ha intenzione di scrivere romanzi, una donna deve possedere denaro e una stanza tutta per sé». Oggi è pieno di casalinghe con colf che scrivono romanzi per casalinghe, mantenute dai mariti che lavorano (se anche i mariti volessero una stanza tutta per sé scriverebbero tutti sotto un ponte). Bisognerebbe chiedersi perché, oggi che nell'editoria ci sono più donne che uomini, per ogni Philip Roth ci sono cento Kinsella. Anche Marcel Proust, d'altra parte, se non fosse stato ricco, col cavolo che avrebbe avuto una stanza tutta per sé.

Massimiliano Parente

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