Ma quale femminista Semmai femminile

Ma quale femminista Semmai femminile
Sostieni il progetto Conflitti da non dimenticare su Gli Occhi della Guerra
17 Dicembre Dic 2017 17 dicembre 2017

Eleonora Barbieri

Nel maggio del 1912, Virginia (ancora Stephen) scrive a Leonard Woolf, che le ha chiesto di sposarlo: «Io voglio tutto... amore, bambini, avventura, intimità, lavoro». C'è qualcosa di più femminile di una donna che dichiara: «Voglio tutto»? Ecco poi come si descrive, sempre nella stessa lettera (raccolta in Ritratto della scrittrice da giovane, Utet): «Dunque, un momento sono quasi innamorata, voglio che tu sia sempre con me, sappia tutto di me, e un attimo (...)

(...) dopo sono selvatica e distante». Poco tempo prima, all'amica Molly McCarthy aveva confidato: «Io mi sento stranamente veemente, molto esigente, difficilissima da sopportare, intemperante e volubile, un momento penso a una cosa e l'istante dopo penso a un'altra». Se non è il ritratto di una donna questo. Altro che femminista, Virginia Woolf è femminilità pura. È così femmina da non dovere nemmeno dimostrare di esserlo, da non pensarci. Proprio come dovrebbero fare le scrittrici, come spiega in quello che è considerato il manifesto del suo femminismo, Una stanza tutta per sé: «È fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso (...). Per una donna è fatale porre il benché minimo accento sui motivi di risentimento che può avere; prendere le difese di qualunque causa, anche se giusta; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna». Se questo è un manifesto del femminismo... E «fatale» si intende in nome dell'unico vero ideale (e non ideologia) della Woolf, cioè l'arte, perché «qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire». Di più: nel suo presunto manifesto del femminismo, alle donne dice che «tutto questo rivendicare superiorità e accusare inferiorità, appartiene alla fase scolastica dell'esistenza umana, quella in cui ci sono le squadre»; e però «sottomettersi ai decreti dei misuratori è il più servile degli atteggiamenti». Figuriamoci se Virginia volesse essere servile: lei voleva essere «se stessa». In nome della letteratura, ovviamente, quella per la quale bisogna badare, innanzitutto, alle cose materiali; per cui sempre lei, la paladina del femminismo, sostiene: «Delle due cose - il diritto al voto e il denaro - il denaro, devo ammetterlo, mi sembrò di gran lunga la più importante». Di qui le famose cinquecento sterline e la stanza tutta per sé, condizioni per fare letteratura, perché un poeta, dice, non sboccia nella povertà. Sarà per questo che nell'ultima lettera da nubile scrive a Maynard Keynes: «Ti accludo il conto - è da spilorci pensare a queste cose la sera prima di sposarsi - ma ho molti conti da pagare». I soldi non sono da disprezzare; la politica, l'impegno nei movimenti e gli intellettuali in genere, sì. Più che i discorsi pseudo-elevati, «lavorare a maglia è un'ancora di salvezza»; perché quello che conta è la scrittura: «Sono convinta che ogni bene, così come ogni male, provenga dalle parole». E per scrivere le parole che vuole scrivere, non c'è frivolezza da tralasciare né bassezza da nascondere, ma nemmeno un sesso da promuovere. Scrive all'amica Violet nel 1906: «Credo che la cosa che faccio meglio siano le faccende domestiche (...). Ti interessa l'economia domestica? Credo la si dovrebbe considerare alla stessa stregua della letteratura, e anzi, non vedo come si possano separare le due attività. Per lo meno, se si cerca di mettere i libri da una parte e la vita dall'altra, diventano entrambi miseri ed esangui. La mia teoria, invece, è che sono due cose indistinguibili l'una dall'altra». È per questo che Virginia Woolf taglia le pagine del libro di Keats col coltello dell'arrosto, e darebbe volentieri il suo «profondo greco, pur di sapere ballare bene...».

Eleonora Barbieri

Commenti

Commenta anche tu