La Archibugi torna in tv E trasforma in "feuilleton" i conflitti generazionali

La Archibugi torna in tv E trasforma in feuilleton i conflitti generazionali
21 Dicembre Dic 2017 21 dicembre 2017

In "Romanzo famigliare" Vittoria Puccini e Fotinì Peluso sono madre e figlia in crisi

Troppo giovane per essere madre; troppo matura per restare figlia. È dai tempi del felice debutto, nel 1988 con Mignon è partita, e fino al recentissimo Gli sdraiati, che Francesca Archibugi investiga con affettuosa quanto disperata dolcezza sull'incontro-scontro fra adolescenti e famiglia. I primi come immagine della faticosa, ma anche formativa, ricerca di sé. La seconda come palestra d'un continuamente rimandato allenamento alla vita. Era quasi inevitabile, insomma, che per il suo esordio nella lunga serialità televisiva (non nella fiction: è del 2004 un manzoniano ma infelice Renzo e Lucia realizzato per Mediaset) la regista cinematografica scegliesse un soggetto adatto a dipanare più a lungo e in maggiore profondità, così com'è tipico del format tv, i suoi temi prediletti. Romanzo famigliare sei prime serate su Raiuno, a partire da lunedì 8 gennaio - sarà quindi un vero romanzo popolare di sapore tipicamente archibugesco (come dice proprio lei): «Un grande affresco contemporaneo su una grande famiglia di origini aristocratiche ed ebraiche, nella città di Livorno. Ma soprattutto sarà un'ampia storia di madri che non crescono e di figlie cresciute troppo in fretta». Protagoniste, volutamente più simili a sorelle, la madre Emma (Vittoria Puccini) e la figlia Micol (Fotinì Peluso): la prima, fuggita di casa sedicenne quando si scoprì incinta della seconda, ha nel frattempo sposato un tenente di vascello della Marina Militare (Guido Caprino), per seguire il quale dovrà tornare nell'amata-odiata Livorno, presso l'accademia Navale ma soprattutto a contatto col potente e prepotente padre, padrone d'una delle famiglie ebraiche più importanti della città.

«Durante le lunghe assenze del marito di Emma, le due donne vivono a ruoli invertiti: la madre in una immatura instabilità, la figlia in un fin troppo responsabile senso del dovere». A drammatizzare, ma forse anche a sbloccare il precario equilibrio, l'inattesa notizia che l'adolescente Micol è rimasta incinta, esattamente com'era capitato sedici anni prima alla madre.

Sono passati trent'anni esatti dal primo racconto sui palpiti e le amarezze dei giovani firmato Archibugi: «Ma il rapporto fra i ragazzi e la famiglia di allora è molto mutato, rispetto ai loro omologhi di oggi riflette la regista -. Il tema è rimasto lo stesso. Gli sviluppi sono altri. Anche se io non mi fermo a rifletterci su. Mi limito a registrarli come sono, e a raccontarli come sono». Il tono di Romanzo famigliare (l'uso della g nell'aggettivo non è casuale: rimanda al Lessico famigliare di Natalia Ginzburg) vuole riecheggiare quello, colto eppure popolare, dei grandi feuilleton ottocenteschi: «Io e l'altra sceneggiatrice, Elena Bucaccio, ci abbiamo lavorato per tre anni. Abbiamo riletto Balzac, Dickens, Tolstoj; ne abbiamo smontato a pezzi i meccanismi di narrazione più facile e coinvolgente, per coglierne il segreto più raffinato e segreto. E poi abbiamo trasferito tutto nei colori e nelle forme del racconto moderno, delle psicologie contemporanee».

Il risultato sono seicento minuti di racconto, divisi in dodici episodi da 50 minuti l'uno; «come cinque film uno dietro l'altro, ai quali si è lavorato in sei mesi di riprese. Un'esperienza, per me che sono abituata ai diversissimi tempi del set, tanto folle quanto straordinaria». Il progetto narrativo radicalmente diverso non l'ha intimidita, al contrario. «Occasione unica, imperdibile, per dire di più e meglio ciò che, di solito, si è costretti ad accennare soltanto». Qualche problema ha finito per darlo, invece, la Marina Militare, che aveva garantito il suo appoggio per tutte le scene ambientate nell'Accademia Navale di Livorno. «Siamo stati i primi a girare al suo interno. Ma poi sono nati dei contrasti piuttosto aspri. Probabilmente non hanno gradito alcuni dettagli narrativi legati al loro ambiente, e si sono fatti prendere da desideri censori. Io però ho tenuto duro. E alla fine hanno dovuto accettarli. Sono stati abbastanza intelligenti di capire che, in fondo, si tratta solo di una fiction».

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