Uccidendo ciò che amava Oscar Wilde uccise se stesso

Uccidendo ciò che amava Oscar Wilde uccise se stesso
28 Dicembre Dic 2017 28 dicembre 2017

Povero, in esilio, lontano dalla vita pubblica: negli ultimi anni lo scrittore distrusse la sua icona

L'ultimo bagliore del genio accadde tra Berneval-sur-Mer, in Normandia, e Napoli. Incappucciato dallo pseudonimo letterario, Sebastian Melmoth (Melmoth l'errante è uno dei prototipi del romanzo gotico, firmato dal prozio, Charles Robert Maturin), fece fatica a trovare un editore. La ballata del carcere di Reading, con quel verso in cui è risolta l'intera esistenza del suo autore, Oscar Wilde, «ogni uomo uccide ciò che ama», fu pubblicata nel 1898 da Leonard Smithers, l'unico che ancora si filasse la penna del dandy in disgrazia. Con un patto castrante, però: pubblicare il poemetto senza il nome del poeta.

A quell'epoca per la precisione, Wilde alloggiava a Parigi, a scrocco era tutto finito, lo scrittore più travolgente e scandaloso del suo tempo era ridotto allo sciupato ritratto di un Dorian Gray qualunque, senza vizi, seviziato dall'oblio. Basta comparare un paio di fotografie. Il fascinoso dandy dagli occhi che pietrificano, i capelli selvaggi, il bastone e il cappotto con le maniche di pelliccia, il cinico «arbitro delle eleganze», eternato nel 1882 da Napoleon Sarony, quindici anni dopo, in piazza San Pietro, è un vecchio bolso, senza denti, spelacchiato, una vipera patetica. Uscito dal Reading Goal nel 1897, la fama di Wilde un sessomane sodomita fuori tempo massimo alligna sinistra in ogni angolo d'Europa: i gesuiti londinesi a cui chiede ristoro per espiare i peccati del passato (d'altronde, nella tonante lettera-pamphlet De Profundis aveva scritto: «il posto di Cristo è veramente tra i poeti... tutta la sua vita è la più stupenda poesia») lo cacciano, i creditori lo cercano, la passione d'amore lo tormenta. In Francia l'adoratissima, l'imitatissima, la terra dei suoi guru letterari, Balzac e Huysmans non può stare, allora, fregando il mondo, scappa a Napoli, insieme all'amato assoluto, Lord Alfred Douglas, «Bosie», per cui si fa il carcere, accusato di «pratiche illecite» e con una bancarotta sulla groppa. Ma il vento è contrario, non è più il tempo sbriciolato tra le mani di Wilde, che ha vissuto un decennio come se fosse un millennio di ebbrezze fatali, come ad Algeri, appena tre anni prima, nel 1895, quando Wilde e «Bosie» iniziarono all'alchimia omosessuale André Gide. Napoli volta le spalle al dandy: quella megera di Matilde Serao, dietro la maschera di «Gibus», firma, il 7 ottobre del 1897, un corsivo acidissimo, sculacciando Oscar, «calamità e flagello», e intruppandolo nella falange degli «odiosamente pervertiti». Per «Bosie» e Wilde non c'è più neppure un letto su cui sollazzarsi: «a Capri, fine ottobre, furono espulsi dall'albergo quando alcuni compatrioti, vedendo lo scrittore in sala da pranzo, si alzarono, disgustati, minacciando di andarsene». Poi, ci si mette la moglie, Constance Lloyd, sposata più per noia e per vezzo che per amore nel 1884, a rendergli la vita impossibile. Secondo il contratto stipulato con gli avvocati, la moglie versa al marito in disgrazia un assegno annuo di 150 sterline: purché lo scrittore stia alla larga da lei, dai loro due figli, Cyril e Vyvyan, e da «Bosie». Wilde è ben felice di non vedere più la moglie, si rassegna a non vedere i figli, non ce la fa a troncare i rapporti con «Bosie». Quando la moglie chiude il misero rubinetto finanziario convincendo di genitori di Lord Alfred a fare altrettanto, la storia d'amore finisce. Siamo nel 1898. Negli ultimi due anni, con sadica voluttà, Wilde fa di tutto per uccidere l'immagine di sé che con tanta cura ha costruito, «beveva pesantemente, era disperatamente senza soldi, passava i giorni studiando stratagemmi per spillare soldi al prossimo». Un giorno, con la consueta infallibile eleganza, lo scrittore più temuto di Sua Maestà, quello che scrisse che «nessun crimine è volgare, ma ogni volgarità è un crimine», blocca una madama e le fa, Perdoni, signora, io sono Oscar Wilde, e la sto derubando....

Gli ultimi, dolenti anni della vita di Wilde, vengono riletti, ora, da Nicholas Frankel, «wildiano» della Virginia Commonwealth University, in Oscar Wilde. The Unrepentant Years (Harvard University Press, pagg. 384, $ 29,95). Dopo aver passato un decennio a edificare l'icona di Oscar Wilde, arricchendo le chiacchiere di perversioni «pubblicitarie» in realtà, ci ricorda Masolino d'Amico, Wilde «aborriva i paradisi artificiali... detestava la pornografia e ogni tipo di scurrilità; fu lontano dal far garrire la sua anormalità come una bandiera» questo talento sinuoso che passò dalla pièce scoppiettante alla favola brillante, indimenticabile (Il principe felice, Il fantasma di Canterville), alienato dalla vita «pubblica», fece di tutto per uccidere se stesso. Impegnatosi in una battaglia civica per migliorare le condizioni dei carcerati lo dimostrano un paio di lettere inviate al Daily Chronicle, «d'altronde, ormai appartengo alla loro classe», scrisse morì a Parigi, nel 1900, e fu sepolto, tra rari amici, nel cimitero di Bagneaux. Solo nove anni dopo lo traslarono, con monumento funebre istoriato da Jacob Epstein, stella del «vorticismo», al Père Lachaise. Quanto a lui, riuscì, nei tre anni dal carcere alla tomba, a realizzare il suo intento: rovesciare l'evangelico «Ama il prossimo tuo come te stesso» in «Uccidi ciò che ami». Oscar, inossidabile esteta, non amava altro che sé.

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