La morte di Versace raccontata con troppo gossip e pochi fatti

La morte di Versace raccontata con troppo gossip e pochi fatti
13 Gennaio Gen 2018 9 giorni fa

La serie tv di Fox segue bene le vicende del killer Cunanan. Ma la parte dedicata allo stilista sfiora la (triste) parodia

Arriverà sugli schermi italiani (FoxCrime, canale 116 di Sky) il 19 gennaio il secondo capitolo di American Crime Story, ovvero The Assasination of Gianni Versace. La serie, ancora prima di approdare sugli schermi (negli Usa lo farà il 17) ha provocato polemiche. Hanno messo subito i puntini sulle i sia la famiglia Versace, sia l'allora compagno di Gianni Versace, Antonio D'Amico. La famiglia lo ha fatto con un comunicato che ha preso le distanze sia dalla serie, sia dal libro che l'ha ispirata, Il caso Versace. La storia, i protagonisti, i misteri (in Italia pubblicato da Tre60 in occasione della trasmissione) scritto dalla giornalista statunitense Maureen Orth che all'epoca seguì il caso per Vanity Fair. La famiglia Versace ha specificato di «non aver autorizzato né aver avuto alcun coinvolgimento nella serie televisiva, che quindi dovrebbe essere considerata come un'opera di finzione». Aggiungendo che la casa produttrice si è affidata a «un libro pieno di gossip e speculazioni. Orth non ha mai acquisito alcuna informazione dalla famiglia Versace e non ha basi per raccontare la vita privata di Gianni Versace... Nel tentativo di creare una storia sensazionale, presenta pettegolezzi pieni di contraddizioni».

Nel luglio scorso era intervenuto anche l'allora compagno di Versace, Antonio D'Amico, che era a casa con lo stilista quando venne assassinato il 15 luglio del 1997. D'Amico dichiarò all'Observer che una delle scene topiche della serie, in cui si vede lui (interpretato da Ricky Martin) che abbraccia Versace ferito a morte, era semplicemente ridicola e che nella realtà non accadde nulla di simile. Insomma, nell'equilibrio tra fatti e fiction che dovrebbe caratterizzare la serie, almeno sul versante relativo alla vittima, Versace, pare abbia prevalso il gusto delle ipotesi inverificabili (anche sull'adombrata sieropositività dello stilista).

Tralasciando questo aspetto, che di suo non è affatto marginale, che cosa vedrà lo spettatore? Ryan Murphy, lo showrunner di American Crime Story, ha dato vita in questo caso a un lavoro altalenante. La parte di serie dedicata alla vita del killer Andrew Cunanan (interpretato dal bravo Darren Criss che forse avete visto nella serie Glee) è una ben raccontata discesa all'inferno. Un miscuglio di aspirazioni abnormi, disastri familiari e bugie che conduce verso droga, prostituzione e infine una serie di efferati omicidi. Anche la descrizione degli errori della polizia, su cui insiste pure il libro della Orth, è svolta con cura. La tesi che le indagini vennero svolte con una certa sciatteria per pregiudizio e per l'incapacità degli agenti di muoversi nella comunità gay è declinata con un preciso compitino.

La descrizione del mondo dorato dello stilista è invece portata avanti con cliché triti. E questo al di là delle precisioni o imprecisioni che hanno tenuto banco sin qui nel dibattito pre-serie. L'attore Édgar Ramírez non riesce a rendere l'umanità di Versace, per dirla senza troppi giri di parole: sembra di plastica, fra uno stilista geniale e un sarto isterico c'è una certa distanza, e qui non la troverete. E tutto l'ambiente Versace è rappresentato con stilemi da videoclip anni '90. In questo caso poi c'è da sperare nel doppiaggio italiano. A volte fa danni, ma il caricaturale italiano che inframezza la serie - non bastassero gli stereotipi stile fashion/mandolino - è qualcosa di veramente oltre il limite della decenza. Ma forse di questo il pubblico d'Oltreoceano non si accorgerà. Penélope Cruz sarà anche amica di Donatella Versace, ma la sua interpretazione è legnosetta (anche qui i passaggi in italiano non aiutano), forse fa un po' meglio Ricky Martin (per quanto un po' imbolsito).

Poi, per carità, come è giusto in una serie del genere, lo spazio dato alle vicende poliziesche e a Cunanan è più ampio di quello dedicato alla vittima. Forse avrebbe dovuto esserlo ancora di più, ma evidentemente vendere Versace era decisamente più facile e per farlo bisognava dargli più spazio nella fiction. Con la prima stagione e O.J. Simpson non si era posto il problema. Nella seconda, sulla narrazione ha vinto il marketing.

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