Un'inchiesta "rallentata" dal rimpallo tra i giudici

Un'inchiesta rallentata dal rimpallo tra i giudici
13 Gennaio Gen 2018 13 gennaio 2018

Il dossier passò dall'aggiunto Rossi e poi dal pm Pesci, entrambi di Md. Il nodo dell'iscrizione

Roma. Restano due punti da chiarire, da un punto di vista puramente metodologico, sull'iter seguito dalla Procura di Roma nell'indagine sul presunto insider trading commesso da Carlo De Benedetti con l'ad di Intermonte Sim, Gianluca Bolengo. In primo luogo, come rivelato dal Giornale il 14 dicembre 2015, l'informativa della Guardia di Finanza, commissionata dalla Consob, fu assegnata al procuratore Stefano Pesci, che risponde direttamente al procuratore capo Giuseppe Pignatone, dopo essere «transitata» (scrisse Nicola Porro sul Giornale) nell'ufficio dell'ex procuratore aggiunto Nello Rossi, attualmente avvocato generale della Cassazione.

Rossi è stato presidente di Magistratura democratica, la corrente più di sinistra all'interno dell'ordine giudiziario, quella che proprio dal gruppo Espresso-Repubblica (di cui De Benedetti era il patron) è stata spesso vellicata. Solo dopo il «transito» il fascicolo è stato assegnato a Pesci, già segretario distrettuale di Md. La supervisione di Pignatone, che fa parte della più «moderata» Unicost, in ogni caso rappresenta una ulteriore garanzia. Resta il fatto che da oltre due anni l'inchiesta procede un po' sottotraccia, con un solo pm e nessun sostituto ad affiancarlo in un lavoro complicato in virtù del ruolo istituzionale che uno dei protagonisti, cioè Matteo Renzi, ricopriva e dell'autorevolezza della quale Carlo De Benedetti è investito. Entrambi sono stati ascoltati come persone informate dei fatti sebbene l'ex premier, come si desume dalle intercettazioni, abbia rivelato all'interlocutore l'imminente emanazione della riforma delle Popolari, mentre la «tessera numero uno del Pd» con la sua Romed abbia conseguito una plusvalenza di 600mila euro.

Eppure la prassi delle archiviazioni «facili» e delle iscrizioni «felpate» è stata messa in questione tanto dalla Cassazione quanto dallo stesso ministero della Giustizia. La Suprema Corte ha stabilito proprio lo scorso anno che le Procure generali della Repubblica sono titolate ad avocare un fascicolo se non condividono le richieste archiviatorie del pm titolare. Ironia della sorte fu proprio Rossi a controfirmare tale pronunciamento. Una «conflittualità» suscitata anche da una circolare di Via Arenula del 21 aprile 2011. In quel documento si invitavano i magistrati a utilizzare precipuamente il «modello 21» (Registro delle notizie di reato) e non il «modello 45» (Registro degli atti non costituenti notizie di reato). Insomma, il ministero (guarda caso durante il governo Berlusconi, spesso indicato come «avverso» ai pm) sollecitava i magistrati a non scaricare con il «modello 45» relativo alle inchieste relative a denunce infondate. Casualmente proprio quest'ultimo è stato usato dalla Procura di Roma nel caso De Benedetti-Renzi dai quali, infatti, è stata escussa la testimonianza.

Insomma, l'obbligatorietà dell'azione penale, sancita dalla Costituzione, si presenta come una circostanza relativa al caso, alle persone e, dunque, anche ai modelli di iscrizione da utilizzare.

È lecito, quindi, che talvolta si possa dubitare del metodo. Anche perché si sarebbe nell'ottima compagnia del ministero, della Cassazione e delle Procure generali.

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