L'Africa furiosa con Trump: "Ora ci deve delle scuse"

L'Africa furiosa con Trump: Ora ci deve delle scuse
14 Gennaio Gen 2018 8 giorni fa

Documento comune di 54 Paesi: "Offese intollerabili". Ma in privato lui insiste: ho detto ciò che la gente pensa

Non si placa la bufera contro il presidente americano Donald Trump per la presunta frase sui «cessi di Paesi», che avrebbe detto parlando degli immigrati provenienti da Haiti, El Salvador e alcuni Stati africani. Nonostante il tycoon abbia aggiustato il tiro spiegando di aver usato un linguaggio duro, ma non quelle parole, la vicenda rischia di creare parecchi grattacapi al tycoon anche sul fronte diplomatico. Raramente, infatti, i 54 Paesi dell'Africa si sono mostrati così compatti: tramite i loro ambasciatori all'Onu, al termine di un incontro durato diverse ore, hanno chiesto un mea culpa ufficiale a Trump per le sue dichiarazioni «oltraggiose, razziste e xenofobe». Nella dichiarazione, dai toni insolitamente forti, hanno domandato al Commander in Chief di «ritrattare e scusarsi», e si sono detti preoccupati per la crescente tendenza dell'amministrazione Usa a denigrare l'Africa e le persone di colore.

Mentre il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo ha definito l'affermazione di Trump «estremamente spiacevole», ribadendo che «non accetterà tali insulti, nemmeno da parte del leader di un Paese amico, e non importa quanto potente». «Woah, non ho mai visto una dichiarazione del genere da parte dei Paesi africani verso gli Usa», ha invece scritto su Twitter Samantha Power, ex ambasciatrice alle Nazioni Unite durante la presidenza di Barack Obama. Una delle critiche più pesanti, tuttavia, è arrivata dal deputato democratico della Georgia John Lewis, uno dei leader del movimento per i diritti civili Usa e amico di Martin Luther King. Non è la prima volta che Lewis si scaglia contro Trump, e in questa occasione ha definito «incredibili e surreali» le sue frasi, dichiarando che boicotterà il discorso sullo Stato dell'Unione del 30 gennaio, uno degli appuntamenti politici più rilevanti dell'anno. «In tutta coscienza, non posso stare nella stessa stanza» con il presidente «dopo quello che ha detto su tanti americani. Non posso farlo, non sarei onesto con me stesso».

Nel frattempo, The Donald è tornato a parlare su Twitter della questione immigrazione: «Non credo che i democratici vogliano davvero arrivare a un accordo su Daca», ha scritto, riferendosi al piano che tutela i dreamers. «Solo chiacchiere e nessuna azione. Grande opportunità mancata», ha aggiunto. Mentre in privato, secondo quanto riferito da una fonte ai media statunitensi, avrebbe difeso le sue parole, affermando che stava solo esprimendo quello che molti pensano ma non osano dire sulle persone provenienti da Paesi economicamente depressi. Inoltre, avrebbe passato la serata di venerdì facendo numerose telefonate ad amici e consiglieri per capire le loro reazioni e ribadendo di non essere razzista.

Stando a quanto rivela Nbc News, però, il tycoon sarebbe incappato in un'altra gaffe imbarazzante durante un briefing degli 007 nello Studio Ovale. «Perché questa bella signorina coreana non viene coinvolta nei negoziati con Pyongyang?», avrebbe chiesto Trump ai suoi collaboratori, riferendosi ad un'analista di intelligence che qualche settimana fa lo stava aggiornando sull'imminente rilascio di una famiglia da tempo segregata in Pakistan. «Di dove sei?», l'avrebbe interrotta Trump. «Di New York», ha risposto la donna. «No, ma la tua gente da dove viene?», avrebbe incalzato. Lei avrebbe quindi spiegato che i genitori erano originari della Sud Corea. Di qui la proposta di Trump di utilizzare la «bella signorina coreana» nelle trattative col regime di Kim Jong Un, lasciando di stucco i vertici dell'intelligence presenti, per quella che è stata considerata «una mancanza di sensibilità culturale e di decoro».

L'unica buona notizia del weekend di fuoco di Trump è arrivata dai controlli medici. Gode di una salute «eccellente», ha detto il dottore della Casa Bianca che lo ha sottoposto al suo primo checkup da presidente all'ospedale militare Walter Reed, alle porte di Washington. «Gli esami sono andati estremamente bene», ha scritto nel comunicato il dottor Ronny Jackson dopo un esame completo durato oltre tre ore. Parole che forse metteranno a tacere, almeno per il momento, i detrattori che continuano periodicamente a sollevare dubbi sulla sua salute.

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