L'eredità del '68 è la mediocrità

L'eredità del '68  è la mediocrità
14 Gennaio Gen 2018 14 gennaio 2018

Il Sessantotto della mia giovinezza. Sono trascorsi esattamente cinquant'anni, mezzo secolo in un sol colpo, dai tempi delle grandi contestazioni studentesche che sconvolsero il mondo universitario e tutta l'Italia. Un fiume in piena che ha lasciato vittime, speranze fallite, sogni infranti, macerie e tanta mediocrità. Indro Montanelli diceva che siamo abituati a ragionare con la testa rivolta all'indietro perché continuiamo a guardare al nostro passato invece di concentrarci sul futuro. Eppure certi «flash-back» possono essere, ancora oggi, molto utili per non ripetere gli errori già commessi: la lezione della storia. E proprio il grande Direttore che, sull'onda di quei moti di piazza, lasciò in seguito il Corriere per andare a fondare il Giornale - aveva le idee molto chiare sulle grandi disillusioni della contestazione giovanile: «Il Sessantotto non può pretendere di averci lasciato crescite di civiltà. Io vidi nascere una bella torma di analfabeti che poi invasero la vita pubblica italiana e anche quella privata portando in ogni luogo i segni della propria ignoranza». Da parte sua, Norberto Bobbio definì il movimento del 68 «un'esaltazione collettiva», una specie di raptus che colpì migliaia e migliaia di ragazzi manovrati da leader improvvisati e pronti a contestare chiunque rappresentasse una qualsiasi autorità politica, professionale, morale. Escluse le prime manifestazioni alla «Cattolica» di Milano, con Mario Capanna in prima linea, e all'Istituto di scienze sociali di Trento - sulle ali dei «figli dei fiori» dei campus universitari californiani e sulle note di Bob Dylan contro la guerra nel Vietnam -, tutto cominciò il 27 novembre 1967 con l'occupazione della sede delle facoltà umanistiche a Torino. Da allora, una continua «escalation» di rabbia e di paura all'insegna delle «lezioni autogestite», del «diciotto politico», dei cortei di lotta e di potere. Nasceva, così, una nuova casta di giovani intoccabili, con l'entusiastico appoggio, perché faceva molto «chic», di tanti intellettuali e giornalisti di sinistra e con la benedizione dell'ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, che, senza mezzi termini, definì la contestazione come parte integrante di un grande processo rivoluzionario: «I giovani si sono messi in cammino perché siamo entrati in una fase di movimento della lotta per abbattere il capitalismo». Le università furono degradate a campi di battaglia, con la maggioranza degli studenti sempre più battaglieri e con tantissimi professori intimoriti, talvolta pavidi, che furono travolti da una violenza inutile capace di generare solo frutti avvelenati. Mi chiedo: cosa ha davvero lasciato in eredità il Sessantotto? È sufficiente riesaminare a freddo i risultati di quella che tanti hanno considerato una travolgente ondata libertaria per rendersi, invece, conto di una realtà molto amara: c'è stato solo un fiume carsico di mediocrità che ha minato le basi stesse della società finendo per intaccare certi principi fondanti come lo studio, la preparazione ed il merito. Un egualitarismo spinto all'eccesso che, almeno in Italia, non è stato mai sconfitto: in effetti, basta rileggere, in questi giorni, certi slogan elettorali di alcuni leader grillini per riscoprire proprio quel «rigurgito d'infantilismo» che Giorgio Amendola, a differenza di Occhetto, trovò nel movimento studentesco del '68. Meglio ancora: dilettantismo allo sbaraglio.

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