Quarant'anni da collezione a caccia di opere nascoste

Quarant'anni da collezione a caccia di opere nascoste
14 Gennaio Gen 2018 14 gennaio 2018

In barca sul Canal Grande con la "Sibilla" di Carlo Bononi: così iniziò l'avventura. Che ora è in mostra

Quanto assomiglia una collezione a chi l'ha costituita? Se ripenso alle origini dell'impresa che è pronta a raccogliersi e a misurarsi negli spazi eletti del Castello Estense (il 3 febbraio a Ferrara aprirà la mostra «La Collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell'Arca a Gaetano Previati», ndr), fatico a credere che mi sia stato consentito, nell'arco di nemmeno quarant'anni, di trovare le opere degli autori che hanno vissuto con me, che mi hanno accompagnato in un ritmo vertiginoso. Noi siamo quelli che eravamo quando iniziammo questo cammino, o siamo diventati altri?

Non sembra possibile che tanti anni siano passati e che tanti incontri ci abbiano portato a essere quelli che siamo, e che tanti artisti abbiamo incrociato. Ricordo ancora l'entusiasmo e lo stupore per avere individuato a Venezia, nello studio di un antiquario sofisticato, la Sibilla di Carlo Bononi, sorniona, malinconica, coccolata dai suoi assistenti. Una caccia grossa. E senza neppure immaginare che essa proveniva dall'Oratorio di Santa Maria della Scala, ancora esistente, svuotato e disadorno, a fianco della chiesa di San Francesco a Ferrara, a poche centinaia di metri dalla casa di mia madre, in via Giuoco del Pallone, la celebre casa di Brunoro Ariosto «che fu anche dimora del poeta», come recita la lapide della Ferrariae Decus. Era l'inizio della paziente ricomposizione di un tessuto dell'arte ferrarese disgregato ma non dissolto. Un segno del destino partire con quella Sibilla, che pagai frettolosamente e caricai su una barca, percorrendo il Canal Grande, per assestarla poi sul tetto dell'automobile e portarla nell'ancora vuoto santuario di Ferrara.

Siamo alla metà degli anni Ottanta. In casa era già entrato il San Domenico di Nicolò dell'Arca, da me riconosciuto nell'affollata bottega di un antiquario colto, a Roma. C'ero arrivato per caso, alla fine di una mattinata con il movimento pigro delle strade, la serranda semichiusa, in attesa della riapertura il pomeriggio. Mentre dentro il negozio due mercanti di vasta esperienza sembravano contendersi il pezzo, discutendo animatamente, mi accorsi che parlavano di un grande lampadario di palazzo Torlonia. Mi trovai così da solo davanti al Santo con un entusiasmo indescrivibile. Credo che non ne discussi il prezzo, pagai, e me ne andai euforico lasciandolo più di una settimana presso l'antiquario dove altri, increduli, più tardi lo riconobbero. Esso arrivò a casa, come più volte ho dichiarato, poco dopo la morte di mio zio Bruno Cavallini, severo e giusto come lui nell'ombra del pensiero che lo agita dentro. Il San Domenico è entrato per occuparne il posto, in un'imprevedibile avvicendamento, carico di mistero e spiritualità.

Era il 1984, e leggevo in quegli anni, ispirato da mio zio, Francesco Guicciardini, i Ricordi, l'Ecclesiaste e, per mia scelta personale, Omar Kayyam, le quartine, e Borges, le Finzioni. Mi furono guida questi quattro evangelisti, e protettore il sapiente San Domenico. Anche le coincidenze danno senso e significato a una collezione come questa. L'anno dopo la caccia si intensificò con la cattura di una Madonna con il bambino e santa Caterina di Johannes Hispanus, pittore curioso e disorientato in un'Italia inesauribile, dove in ogni borgo e in ogni città si rivelano esperienze artistiche straordinarie e imperdibili. E lui le intercetta e la fa proprie, come un Pessoa del suo tempo. Un'Italia della meraviglia. Lo individuai a Macerata Feltria, immemore di sé e del sofisticato viaggio d'Italia nel suo remoto destino. Mi sembrò come di salvare un naufrago e riportarlo in una terra certa, fra compagni come Cola dell'Amatrice e Nicolò Pisano, tanto a lungo ricercato e poi sfuggito a un'asta dove era passato per caso, intercettato da altri.

Cercavo, senza dogmi, i pittori ferraresi, e ho trovato l'Ortolano (tra i più antichi), il Garofalo, lo Scarsellino, disperso in una capanna di Santa Maria Capua Vetere con il raro soggetto del bambino nero, un telero della stessa serie dei due di Capodimonte, il Bastianino disperso della chiesa di San Benedetto, il più raro Camillo Ricci con la porta perduta della Madonna del Buonamore, rari fraterni Bononi di piccolo formato (l'indimenticabile Sacra famiglia a tavola con il bambino che imbocca san Giuseppe...), lo spigoloso e cubista Gaspare Venturini. E ho tentato la soglia che porta al supremo, Cosmè Tura, con il capolavoro di Antonio Cicognara, una pala direttamente estratta da una parete di Schifanoia, e un elegantissimo e tormentato, nel contenzioso con la scultura di Nicolò dell'Arca, Antonio da Crevalcore. Due dei maestri da me più amati della scuola ferrarese. Rarissimi. Introvabili. E da me trovati.

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