Quella dolorosa vendita tra investitori spariti e trattative da record

Quella dolorosa vendita tra investitori spariti e trattative da record
14 Gennaio Gen 2018 8 giorni fa

Nel 2014 i primi rumors: dal tira e molla con il thailandese Bee all'inserimento dei cinesi

L'addio sofferto di Silvio Berlusconi dal Milan torna sotto i riflettori a nove mesi dalla definizione della vendita del club all'imprenditore cinese Yonghong Li per 740 milioni di euro (di cui 220 di debiti) e a diciotto mesi dalla firma del primo accordo. Mesi sofferti, non solo per motivi di cuore. Fino all'ultimo momento infatti, nonostante 250 milioni versati come caparra in tre diverse rate, la chiusura del contratto era ritenuta a rischio: i cinesi infatti rimandavano da dicembre l'appuntamento a causa del mutato scenario di riferimento e della stretta sugli investimenti all'estero voluta da Pechino per arginare la fuga di capitale oltre confine. Solo l'intervento del Fondo Elliott con una linea di finanziamento da 300 milioni, concessi ai cinesi per 18 mesi a un tasso medio dell'11%, ha salvato la situazione. Per il Milan peraltro non sarebbe stata la prima volta che cambiavano repentinamente le carte in tavola.

Il doloroso distacco di Fininvest dal Milan è stato tutt'altro che semplice. La decisione di vendere risale, secondo indiscrezioni mai confermate, addirittura al 2014 ma per arrivare al passaggio di proprietà, tra giravolte e retromarce dei potenziali acquirenti, eclissi di possibili soci e persino mutati scenari geopolitici, ci sono voluti altri tre anni. Il Cavaliere ha parlato per la prima volta di un possibile minor impegno nel calcio nel maggio del 2015, confermando le trattative con un finanziere thailandese ai più sconosciuto, Bee Taechaubol che si avvaleva come braccio destro di Pablo Victor Dana, managing partner di Heritage Weath Dwc a Dubai e come consulente di Tax&Finance, finanziaria ticinese finita in un'inchiesta per frode fiscale a Milano. L'obiettivo iniziale di Mr Bee era una quota di minoranza, ma nel medio termine il finanziere thailandese parlava di portare in Borsa i rossoneri con una valutazione fino a 2 miliardi. Anche per questo Mr Bee aveva messo sul piatto una valutazione vicina al miliardo per il club. Ma, nonostante i sogni di gloria, la racconta dei fondi necessari non è andata come sperato e di Mr Bee si è persa ogni traccia.

Mentre il thailandese svaniva all'orizzonte, ad Arcore erano riapparsi broker e imprenditori cinesi (si parlava all'epoca anche di Sunny Wu fondatore di Gsr Capital e di Steven Zhen, attivo nelle rinovabili), all'epoca molto attivi nel calcio europeo. Il gioco delle alleanze tra potenziali interessanti ha tenuto banco per tutta la primavera del 2016 fino a che, ad agosto 2016, a spuntarla è stato Li Yonghong, a capo di una società nell'ambito minerario (Guizhou Fuquan Group) sulla cui consistenza patrimoniale una recente inchiesta del New York Times ha sollevato numerosi punti interrogativi. La situazione si è complicata a fine 2016, a poche settimane dalla data prevista per la chiusura del contratto (13 dicembre), il giro di vite di Pechino sugli investimenti oltre confine ha spinto la Ses a riorganizzarsi in una struttura con sede in Lussemburgo (Rossoneri Sport Investment Lux) e a chiedere di posticipare, di mese in mese, la chiusura dell'accordo mentre, probabilmente, molti potenziali interessati piano piano si defilavano.

Commenti

Commenta anche tu