Uccise la moglie con 29 coltellate: per il giudice fu preciso, niente aggravante

Uccise la moglie con 29 coltellate: per il giudice fu preciso, niente aggravante
14 Gennaio Gen 2018 14 gennaio 2018

Il giudice riduce da 30 a 18 anni la condanna perché le coltellate sono state dirette tutte verso zone vitali della vittima "senza efferatezza"

Nessuna efferatezza, insomma. Le 29 (vetinove!) coltellate con cui Luigi Messina uccise la moglie Rosanna Belvisi non giustificherebbero l'aggravante della crudeltà. Lo ha deciso il giudice di Milano, Livio Cristofano, il quale ha condannato a 18 anni di carcere (grazie allo sconto per il rito abbreviato) per omicidio volontaro quell'uomo che con una "consecuzione ossessiva dei colpi" martoriò la povera moglie.

L'omicidio

I fatti risalgono a un anno fa. Dopo una vacanza a Pantelleria, i due coniugi tornano a casa e la mattina del 15 gennaio, dopo aver consumato un rapporto sessuale, si siedono a tavola per fare colazione. Tutto come sempre. Tutto normale. Poi però la scoppia una lite, l'ennesima. L'uomo si avventa sulla donna con un coltello da cucina e la colpisce ripetutamente. Una, due, tre, quattro volte. Fino a 29. Infine esce di casa e va a giocare in un locale con le slot machins. Come se niente fosse.

La sentenza del giudice

In un primo momento il 53enne, ex guardia giurata, prova a sostenere la tesi dell'omicidio di una terza persona. Dice di essere tornato a casa e di aver trovato la moglie esanime, trucidata da qualcuno. La messinscena però non regge a lungo e, messo sotto pressione dagli investigatori, alla fine confessa l'omicidio. Il pubblico ministero Gaetano Ruta aveva chiesto 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà con cui Messina si era accanito sul corpo della donna. Ma per il Gup si trattò di "un raptus e di una deflagrazione emotiva incontrollabile, piuttosto che la realizzazione di un deliberato intento di arrecare sofferenze aggiuntive alla propria consorte". In sostanza, poiché i colpi inferti dall'uomo raggiunsero solo parti vitali della vittima, le coltellate sarebbero da ricondursi ad un raptus e non alla volontà di deturpare il cadavere della moglie. "L’aggravante dell’aver agito con crudeltà – si legge nelle motivazioni della sentenza, come riportato dal Giorno – non può ravvisarsi nella mera reiterazione dei colpi di coltello inferti alla vittima se tale azione (…) non trasmoda in una manifestazione di efferatezza". Secondo il gup "nessun colpo veniva diretto verso regioni del corpo che potessero arrecare solamente dolore, sofferenza o scempio del corpo, e non essere finalisticamente rivolto a cagionare la morte della vittima".

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