Nessun limite e puro desiderio. Ecco come nasce una collezione

Nessun limite e puro desiderio. Ecco come nasce una collezione
21 Gennaio Gen 2018 21 gennaio 2018

Così si costruisce una raccolta d'arte. Fra intuizioni, sfide, follie...

Non mi sono mai posto limiti, se nella mia collezione è entrato perfino il più bel ritratto del Guercino, Ritratto del legale Francesco Righetti di Cento, prelevato direttamente dal museo Kimball di Forth Worth, lasciando soli, a giocare facile, i bari di Caravaggio. E il più vibrante ritratto del Baciccio, il profumato e ironico Ritratto del cardinale Giulio Spinola, datato 1668, negli anni dei pennacchi di Santa Agnese in Agone. E la più atletica Maddalena mai vista, quella del Morazzone, nudo schierato in concorrenza con quelli carnali e morbidissimi di Artemisia Gentileschi e di Guido Cagnacci.

Tutto ciò che ho desiderato, ho trovato. Con una soddisfazione che la ricchezza non può dare: convivere con gli spiriti di artisti che parlano e respirano con me, anime sensibili e corpi viventi, durante e, purtroppo, oltre la mia vita. Credo che l'avesse avvertito con minore sofferenza anche mia madre, Rina Cavallini, complice delle più difficili imprese, con una euforia incosciente, tra la considerazione della bellezza e della rarità delle progredenti epifanie e la soddisfazione piena e convinta per la mia montante felicità. Lei vedeva e capiva le opere, ma ne godeva in relazione al mio godimento. E se per caso un'opera cercata o cacciata si perdeva, essa allora diventava meno importante, demeritava, doveva essere minimizzata per diminuire il mio dolore di averla perduta, fino a farsi irrimediabilmente brutta. La caccia è stata intensa e continua, senza stagioni, nel buono e nel cattivo tempo, seguendo lo schema da lei condiviso: quando ci sono i soldi non c'è il quadro; quando c'è il quadro non ci sono i soldi. Ma non si può stare fermi, non si può perdere l'occasione: quando passerà un altro Liberale da Verona, quando un altro Boccaccino, quando un altro Jacopo da Valenza?

Poi magari ripassano. Come i diciotto Ignazio Stern, da consentire una monografica del pittore solo con i miei, acquistati quasi per caso, per ripetute coincidenze. Ma alcuni non tornano mai. Rina lo aveva capito; e avrebbe dato la sua conquistata farmacia di Milano per il trittico di Antonio da Crevalcore (1438-41 ca. - 1515-25 ca.) che io vidi uscire dal castello di Etrepy per passare a Sotheby's, a Montecarlo, e consentire al vecchio conte di riparare i tetti per dare maggior conforto alla sua giovane moglie bionda, che gli sarà certamente sopravvissuta. Mia madre era pronta. Zeri, interessato, la chiamò per sconsigliarla (le scrisse: «Crevalcore non è Masaccio»), i tre dipinti decuplicarono la stima, il suo cliente si fermò a 600 milioni, il mio, persuaso da me, con un attestato di assoluta fiducia nel giovane seduttore, a lui introdotto da fascinose amiche, si spinse fino al miliardo. Era il 1985, altri erano i valori per gli artisti considerati minori. Oggi i dipinti, con mirabolanti cornici di marmo, sono nella Fondazione Memmo, in palazzo Ruspoli, a Roma. Così si interruppero i rapporti tra me e Zeri, fino a quel momento pensionante nella nostra casa di Ro. Io dovetti rinunciare anche, per sua vendetta, alla mia collaborazione al Corriere della sera cui ero stato chiamato da Piero Ostellino (che sempre lo ricorda, ma la proprietà fu più forte); e scrissi però la monografia sul pittore (Antonio da Crevalcore e la pittura ferrarese del Quattrocento a Bologna, Mondadori 1985), che consacrò la sua denegata grandezza.

Mia madre, che aveva simpatizzato con Zeri, tra cappellacci e cappelletti, ci rimase male. E lo odiò. Io gli allungai la vita e la fama, gridando in televisione: «Lo voglio vedere morto!». Fu un modo per esorcizzarlo e ripararmi dalla sua cattiva influenza. Credo che alla fine della vita si sia pentito. E quando, al Courtauld di Londra, feci una conferenza, proprio su Antonio da Crevalcore, si divertì malignamente a diffondere la voce che io avevo cercato di rubare un libro (proprio lui che ne rubava ovunque), perché nella pausa pranzo, preparando il mio intervento, ero uscito portando con me testi utili ai confronti e alla ricerca. Ricordo tutto, dopo più di trent'anni, e di subdole calunnie zeriane: il testo era La storia delle Belle Arti friulane di Fabio di Maniago, del 1823, per verificare un riferimento alla Madonna con il bambino del museo di Springfield, per qualche tempo attribuita al Pordenone. Apriti cielo! La suoneria del metal detector si mostrò sensibilissima alla carta marginosa del libro, e io, che lo tenevo in mano, guardato con sospettosa disapprovazione, pur non avendo dove andare, se non al bar di fronte, e prontamente rientrare. Da lì una insistente «camurria», alimentata cinicamente da Zeri, per vendicarsi del Crevalcore perduto e della mia mancanza di rispetto della sua primazia, per troppo amore del pittore. Anche mia madre ne soffrì. Zeri era divertente e simpatico, con i suoi arditi scherzi telefonici, spesso fatti da casa mia (non c'erano i telefonini), ma il suo scherzo a me fu inutile e pesante. Prima aveva benedetto e guardato con elegante invidia la mia scultura di Nicolò dell'Arca, mostrando ammirazione.

La collezione, che egli non conobbe, era agli inizi. E forse io ne aumentai l'importanza, con acquisti pesanti, in competizione con lui e per mortificare la sua, che era discontinua e raccogliticcia, con acquisizioni favorite dalla amicizia degli antiquari, ai quali lui, contestatore delle expertises anonime e impersonali («Gentile signore...»), inviava letterine affettuose e circostanziate, su carta con il nome e l'indirizzo impressi a rilievo con tecnica casalinga (uno stampino), in tutto e per tutto simile alla consuete prezzolate perizie. Ma Zeri, immerso fino al collo nel mercato, si protestava immacolato. Era ricco e taccagno, e non ha mai cercato e comprato un capolavoro. Troppo caro, poco scoperto.

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