Quando l'uguaglianza discrimina

Quando l'uguaglianza discrimina
23 Gennaio Gen 2018 23 gennaio 2018

Nonostante il "politicamente corretto" non esistono le donne quale realtà unica e compatta

Hanno suscitato molte polemiche le parole di Catherine Deneuve contro il nuovo moralismo in tema di molestie. Il documento pubblicato da Le Monde interpreta però un diffuso rigetto del puritanesimo sollevato dal «caso Weinstein». E così oltre Oceano la scrittrice Margaret Atwood, da anni paladina delle battaglie femministe, ha deciso di prendere le distanze dal movimento #MeToo e ha detto di considerare pericoloso l'attuale clima da caccia alle streghe. Tutto ciò ci dice che nonostante il «politicamente corretto» non esistono le donne quale realtà unica e compatta, esattamente come non esistono i neri, gli ebrei, i giovani e via dicendo. In fondo, queste voci fuori dal coro chiedono che si abbia nei riguardi dei maschi lo stesso rispetto che si deve alle donne. Per questo una cosa è rilevare che in taluni contesti, ad esempio, c'è un più alto rischio di omicidio di donne e altra cosa, invece, è immaginare che vi sia un assassinio di tipo particolare (e più grave) da ricondurre alla categoria del «femminicidio». Uomini e donne sono diversi, ma è importante preservare rispetto nei riguardi dei diritti e delle idee di tutti. Per questo è comprensibile che una parte di chi in passato si è impegnato contro le discriminazioni ora sia in difficoltà dinanzi alla richiesta di privilegi compensatori. Il dibattito prese avvio, in America, quando s'iniziò a penalizzare i gruppi ritenuti più forti per favorire quelli più deboli. Fu allora che taluni intellettuali neri trovarono assurdo che s'introducessero, per legge, posizioni di favore a vantaggio di un gruppo etnico e, di conseguenza, a danno degli altri. Secondo economisti come Thomas Sowell e Walter Williams (ma anche per il giurista Clarence Thomas), è ingiusto che in un concorso di ammissione a un'università si riservino posti ai candidati neri: passando dalle ingiustizie subite da Rosa Parks a discriminazioni di segno opposto a scapito dei bianchi. Per giunta, questo induce a pensare che un laureato afroamericano uscito dai migliori campus abbia ottenuto tale risultato non grazie alle proprie qualità, ma in ragione di un «imbroglio legale». Lo stesso Thomas, che fu ammesso alla prestigiosa Yale Law School, è stato spesso attaccato dai progressisti americani proprio a partire da ciò. Simili meccanismi volti a favorire taluni gruppi sociali creano poi una serie di paradossi e cortocircuiti, su cui aveva richiamato l'attenzione Kenneth Minogue nel suo volume del 2010, intitolato La mente servile. In quel testo il filosofo conservatore aveva rilevato come quando si abbandona il criterio dell'eguaglianza dinanzi alla legge si finisce per approdare in un quadro del tutto arbitrario, nel quale non è mai chiaro se si debba premiare il maschio islamico o la donna europea, l'omosessuale o l'immigrato, il giovane o l'anziano, e via dicendo. Se «uguali nella libertà» si converte in «diversi nelle discriminazioni», c'è davvero da chiedersi che fine faccia quel poco che ancora rimane della nostra civiltà giuridica.

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