La seconda magica vita dell'immortale Blecher

La seconda magica vita dell'immortale Blecher
25 Gennaio Gen 2018 25 gennaio 2018

Lo scrittore romeno morì a 29 anni, dopo dieci di una terribile malattia. La letteratura lo rese libero

Per la storia, Max Blecher morì il 31 maggio 1938. Per Max Blecher medesimo, invece, morì in un giorno del 1928 che la storia non sa precisare, il giorno in cui gli venne diagnosticata la spondilite tubercolare. Quella sentenza lo trasforma da uomo (anzi da ragazzo, visto che aveva 19 anni) verticale a uomo orizzontale, perché quella terribile malattia distrugge le vertebre, sicché non puoi più reggerti in piedi. Sopravvivi (per la storia, non per te) soltanto se stai sdraiato e, per sicurezza (dei medici, non tua), con il busto imprigionato in un corsetto di gesso. Così, in quella pre-bara, attendi di finire nella bara «ufficiale».

Dunque, logica vuole che se Max Blecher ebbe due morti, ebbe anche due vite. Due vite che, sommate, danno come risultato la sua vita letteraria, la sua vita di scrittore. Una vita dall'intensità strabordante, travolgente, per noi lettori. È la magia della parola, della sua immaterialità, della sua libertà extra fisica, extra clinica. Se la seconda vita di Blecher inizia nel 1928, la prima sboccia l'8 settembre 1909 a Botosani, in Romania. Figlio di un commerciante ebreo produttore di porcellane, Max (all'anagrafe era Marcel, ma tutti lo chiamavano Max) frequenta le scuole primarie e il liceo a Roman, e dopo la maturità va a Parigi per studiare proprio medicina... Ma, come detto, sarà la medicina a studiare lui, da quella visita del 1928. Tre sanatori sono le tre stazioni della sua via crucis, una passione durata dieci anni. Ma le braccia e soprattutto la mente di Max continuano a funzionare in modo splendido. Da qui i suoi rapporti epistolari con Gide, Breton, Heidegger, e con Ilaire Voronca, poeta romeno naturalizzato francese, con lo scrittore e drammaturgo romeno Mihail Sebastian e con altri intellettuali. Da qui, insomma, la sua terza vita: gli articoli, le traduzioni, alcune novelle, la raccolta di poesie Corp transparent (1934). Da qui, nella casa alla periferia di Roman che è il suo Golgota, la rivisitazione della condizione verticale, da «normale», che origina Accadimenti nell'irrealtà immediata (1936).

Questo libro, tradotto da Bruno Mazzoni, fu il primo di Max pubblicato in Italia, da Keller, nel 2012. «Ero un ragazzo alto, magro, pallido, col collo sottile che fuorusciva dal bavero troppo ampio del giubbotto. Le lunghe braccia penzolavano come degli animali appena scuoiati. Le tasche straripavano di carte e oggetti». L'ipersensibilità di Max è la sua sana malattia che lo porta a mescolare e amplificare, con modalità di taglio surrealista e onirico, tutto ciò che sperimenta: il sesso con Clara, l'amicizia con Walter e con Paul, le passeggiate che potremmo definire bergmaniane nei suoi posti delle fragole, cioè un circo e un teatro deserto. A ciò si aggiunge, in una straziante premonizione a posteriori, questa frase: «Una volta, mentre mio padre mi raccontava ricordi della sua infanzia, gli chiesi quale fosse stato il suo desiderio segreto più ardente e lui mi rispose che aveva desiderato più di ogni altra cosa possedere un veicolo meraviglioso, in cui starsene sdraiato, che lo portasse in giro per tutto il mondo»... È l'anello di congiunzione fra la prima e la seconda vita di Max, la prefigurazione della barella doccia che lo accoglie, diciannovenne, senza più lasciarlo andare.

È la rotazione di 180 gradi che ci porta, da queste memorie deambulanti in cui ci pare di udire la voce in prosa dei racconti di Rilke e di percepire sulla pelle la claustrofobia di Kafka, alla condizione di passeggero involontario, di allettato con stampato addosso l'invisibile ma indelebile marchio «fine pena mai». Siamo, ora, in quei Cuori cicatrizzati del 1938 che sempre l'editore Keller, e sempre guidato dalla salda mano di Bruno Mazzoni, manderà nelle librerie domani (pagg. 237, euro 15,50). Vale a dire che siamo nelle memorie del sottosuolo del «secondo» Max. Lo scenario, che immediatamente ci fa pensare alla Montagna incantata di Thomas Mann e a Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino, si sposta a Berck, in Francia, dove l'oceano Atlantico va a intrufolarsi nella vecchia Europa, dove la gente, d'estate, scorrazza sulle spiagge e organizza allegre serate a base di buon pesce e buon vino... Qui Max si dà il nome di Emanuel, quasi a tenere la giusta distanza fra vita vissuta e vita raccontata. E alla persona si affianca il personaggio. Anche lo stile muta: dal filtro introspettivo attraverso cui passava tutto in Accadimenti nell'irrealtà immediata, dove l'idea chiave era quella di un mondo percepito come un museo delle cere, quindi un mondo imitazione del mondo, si esce, a dispetto della reclusione ospedaliera, per andare incontro agli altri. Emanuel non è né un Hans Castorp catturato dagli ingranaggi della macchina mortale prima della Grande guerra, come in Mann, né, come il protagonista del romanzo di Bufalino, un reduce della Seconda guerra mondiale sbattuto in una nuova trincea. Consapevole del proprio destino, ne registra con precisione, nell'arco di un anno, il tragitto che lo conduce di nuovo all'amore, di nuovo all'amicizia, di nuovo alla momentanea condivisione di brevi itinerari in una locanda, lungo il litorale, addirittura in una momentanea fuga. Durante le passeggiate in carrozza, aiutato da un infermiere, o immobile nel suo posto in camera, stila, come un monaco medievale, la cronaca di un'abbazia dimenticata da Dio. La seconda vita di Max-Emanuel è il compimento della prima vita di Max Blecher. La magia della parola, che non abbandona mai i grandi scrittori, gli è sempre fedele compagna. E spinge la barella doccia in alto, molto in alto, nel limpido firmamento della Letteratura.

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