Music, dall'orrore di Dachau possono nascere arte e bellezza

Music, dall'orrore di Dachau possono nascere arte e bellezza
27 Gennaio Gen 2018 27 gennaio 2018

A Trieste in mostra per la prima volta gli incredibili disegni che il pittore sloveno realizzò mentre era nel lager nazista

Dachau «scuola di vita », anzi accademia di creatività. Non è un paradosso, ma l’incredibile storia che vede protagonista Anton Zoran Music (1909- 2005), pittore e grafico sloveno, una vita spesa tra l’Italia e Parigi, noto al grande pubblico come «il pittore dei cavallini» e apprezzato dalla critica per le delicate vedute di Venezia, città natale della moglie-musa Ida Barbarigo, pittrice e nobildonna mancata lo scorso 15 gennaio.

Music, deportato a Dachau con l’accusa di collaborazione con gruppi anti-tedeschi (aveva solidi legami con la Croce rossa slovena), reagì alla prigionia in un modo che il Civico museo Revoltella di Trieste racconta nella mostra Zoran Music. Occhi vetrificati (da oggi al 2 aprile, a cura di Laura Carlini Fanfogna) presentando ventiquattro suoi disegni sinora inediti, un videodocumentario del ’99 in cui l’artista parla del vissuto nel lager e una decina di fotografie (anch’esse inedite) dal fondo Usis della fototeca dei Civici musei triestini che documentano lo stato del campo al momento della liberazione, nella primavera del ’45.

Music conosceva quelle immagini ed era consapevole del loro valore storico, ma diceva anche che «l’occhio della macchina fotografica mostra una cosa fredda, con gli occhi miei è tutta un’altra cosa». Occhi vetrificati i suoi, ma non indifferenti: «Non ho mai voluto solo illustrare delle cose», dirà riferendosi a quei disegni, tutti datati Dachau 1945. Sappiamo che l’artista entrò nel lager il 18 novembre del ’44 e vi rimase oltre la liberazione del campo, avvenuta il 29 aprile del ’45, fino al 5 giugno: presumibilmente la maggior parte dei disegni furono realizzati proprio in quelle ultime settimane, quando procurarsi carta e inchiostro era più agevole di prima. I ventiquattro lavori esposti sono stati trovati per caso in una cartella custodita negli archivi dell’Anpi-Vzpi a Trieste e depositati solo qualche mese fa al museo Revoltella: dimostrano senza bisogno di lunghe didascalie quanto «Zagabria fu scuola di pittura e Dachau scuola di vita», come era solito dire Music.

Dall’Accademia di Belle arti della città slovena, l’unica del regno jugoslavo, partì ventenne per un lungo soggiorno in Spagna, dove fu folgorato dai Caprichos e dai Desastres de la guerra di Goya, per poi vivere ramingo a Lubiana e a Gorizia prima di stabilirsi a Venezia, dove venne arrestato. Bizzarra la vita: per Zoran Music Dachau è per certi versi un déjà-vu, perché è lì che nel ’15 approda per qualche mese, profugo-bambino dall’Isonzofront, con la mamma e il fratellino. Ora invece è il prigioniero numero 128231 ed è affidato al tornio, che vuole dire dodici ore al giorno di fatica, ma ben al riparo dalle intemperie. È lì che comincia a disegnare, anche per le guardie che in cambio gli offrono tozzi di pane. Il grosso della produzione arriva però dopo la liberazione, nelle nervose giornate prima del rilascio definitivo: è un disegnare compulsivo, feroce.

Abituato fin dai tempi dell’accademia a frequentare l’istituto di anatomia medica per fare pratica con lo studio dei cadaveri, riporta su fogli recuperati in infermeria o nella biblioteca del campo la luce vitrea degli ospedali. Volti, corpi, grovigli di gambe, braccia, bocche aperte, sguardi allucinati: i disegni sono accompagnati da titoli talvolta sarcastici (Ho fame, recita uno e Osteklenele Oki, in sloveno «occhi vetrificati», è il titolo autografo apposto da Music a un altro dei suoi lavori). Testimonianza? Prova dell’orrore visto e vissuto in prima persona? Reliquia del passato? Zoran Music non volle mai vendere né esporre i suoi disegni dal lager, molti li regalò ai compagni di prigionia, altri andarono dispersi. Ci paiono oggi il risultato di una pulsione irrefrenabile, quella dell’arte che rivendica la vita, nonostante tutto.

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