Ecco la «Cavallini Sgarbi» Sei secoli di arte famigliare

Ecco la «Cavallini Sgarbi» Sei secoli di arte famigliare
3 Febbraio Feb 2018 21 giorni fa

Nelle 15 sale, 140 pezzi dal ’400 al ’900. E con loro la passione di Vittorio, Elisabetta, Caterina, Giuseppe...

H aec dies. Ecce homo. Si apre la grande mostra di famiglia di casa Sgarbi, «La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati», appuntamento ore 12 al Castello Estense di Ferrara.

«C’è il ministro, ma lui non c’è», chiacchierano tutti aspettando lui, Sgarbi. Può succedere. Il ministro è Dario Franceschini, capo del dicastero dei Beni culturali, romano per politica, ferrarese per nascita: la casa di famiglia è in corso della Giovecca, sette minuti a piedi da qui. La città, tutta Pd, ama il ministro: il prossimo 4 marzo, qui è candidato capolista, l’elezione è scontata. E il ministro, che Vittorio Sgarbi vede già come premier del prossimo governo di larghe intese (pensando forse per sé il ruolo di ministro della Cultura), ama la città: è anche grazie a lui che Ferrara ospiterà, per quattro mesi, da oggi al 3 giugno, nelle sale del Castello, cuore della città, la grande esposizione con le più belle opere d’arte, fra dipinti e sculture, dal ’400 al ’900, della famiglia Sgarbi. Voluta con tenacia irriducibile da Elisabetta Sgarbi, che ha concentrato tutte le sue risorse (e quelle della sua Nave di Teseo che produce il ricchissimo catalogo) e mobilitato tutte le sue forze per convogliare l’attenzione della stampa nazionale sull’evento, la mostra è arrivata al giorno dell’inaugurazione.

E alla fine, dopo il ministro e precedendo la sua corte personale delle grandi occasioni - assistenti, autista, collezionisti, amiche, galleristi, artisti - arriva anche lui, Vittorio. Elisabetta Sgarbi, occhiale scuro e sorriso tirato, è l’anima, la forza e la volontà della mostra. Vittorio Sbarbi, sguardo sornione e oratoria travolgente, ne è l’intelligenza, la curiosità e l’essenza. Insieme, in un unico sospiro di soddisfazione, aprono al pubblico le opere d’arte che tra ritrovamenti fortunosi e aste fortunate hanno salvato, nel corso di quarant’anni, dalla dispersione. Eccole: 140 pezzi scelti, 15 sale rivestite di rosso ferrarese, sei secoli di storia dell’arte, dai cofanetti intarsiati della Bottega degli Embriachi di fine ’300 a una Maternità in terracotta di Ulderico Fabbri che sembra essersi salvata per caso dalla grande alluvione del Polesine del 1951. In mezzo, lasciando scorrere lo sguardo sulle parenti delle sale, Jacopo da Valenza, Antonio Cicognara (la Madonna del latte del 1490, rimasta a lungo in garanzia nelle mani di un restauratore a causa di una «temporanea» insolvenza di Sgarbi, è arrivata tre giorni fa, mentre si allestiva...), Bernardino di Tossignano, il Bastianino, il Morazzone, il San Gerolamo di Jusepe de Ribera, la Vita umana di Guido Cagnacci, il Ritratto di Francesco Righetti del Guercino, Francesco Hayez, Libero Andreotti, Achille Funi...

«Tesori dell’arte per Ferrara», scandisce il sottotitolo. E non è una delle altre mostre che, da Osimo a Trieste, hanno già portato in giro per l’Italia una parte delle meraviglie di casa Sgarbi. Questa è la mostra della famiglia Cavallini-Sgarbi. Perché ha sede nella loro città, Ferrara. Perché è la più ampia vista finora. Perché ci sono pezzi mai usciti prima dalla casa-museo di Ro Ferrarese, a mezz’ora di macchina da qui. Perché arriva a pochi giorni dalla morte di papà Giuseppe, e a due anni dalla scomparsa di mamma Rina, che tanto hanno dato alla collezione. Perché il nucleo centrale sono le opere dei maestri ferraresi. E perché la speranza e il progetto di Elisabetta, espressi ieri davanti al ministro e al sindaco, è che un domani - non si sa quanto lontano, o vicino - il tesoro Cavallini-Sgarbi possa essere donato a Ferrara, se la città mettesse a disposizione una sede di prestigio. Come Castello Estense, ad esempio. Eccoci, dentro il Castello. Attraversando veloce la Sala dell’Aurora che conduce all’ingresso della mostra, davanti agli enormi specchi riflettenti, molto kitsch, installati per ammirare dal basso gli affreschi del soffitto, Vittorio Sgarbi annuncia (un po’ ridendo, un po’ no) che appena sarà ministro - «tra poco» - cambierà tutto.

Intanto, entriamo alla mostra, attraverso un pesante tendaggio, come si entrasse in una stanza di casa. Casa Cavallini Sgarbi. Benvenuti. Il benvenuto lo dà il pezzo simbolo della collezione, il busto in terracotta di San Domenico di Niccolò dell’Arca del 1474 («Guardate lì, si vede l’impronta digitale lasciata dall’artista mentre lo modellava»), che nel 1984 incrociò inaspettatamente il destino di Vittorio Sgarbi. Il quale, allora, decise che non avrebbe «più acquistato ciò che era possibile trovare, ma soltanto ciò di cui non si conosceva l’esistenza, per sua natura introvabile, anzi incercabile». Dopo di che, trovato il proprio incercabile, lo si espone per gli altri. Ecco le sale dell’arte religiosa del ’300-400, ecco la Madonna col Bambino (1504) di Boccaccio Boccaccino («Uno degli ultimi acquisti, devo ancora finire di pagarlo»), ecco la Madonna col Bambino e santa Caterina («Con i tratti un po’ down») di Johannes Hispanicus (1515), ecco il grande dipinto con la Sibilla (1606) di Carlo Bonomi, parte della decorazione dell’Oratorio dell’Immacolata Concezione, a Ferrara, e che Vittorio Sgarbi si comprò agli inizi degli anni ’80, quando scriveva («Ero pagato moltissimo») per la rivista di Franco Maria Ricci.

Ed ecco la Cleopatra (1620) di Artemisia Gentileschi, «accanto alla quale metterò una piccola opera, che arriverà nei prossimi giorni, di Agostino Tassi, il pittore che la stuprò». #MeToo. Anche noi - percorrendo le sale dei nudi femminili, quella dei ritratti, quella a tema allegorico e mitologico del Sei-Settecento, fino al grande Cristo crocifisso (1881) di Gaetano Previati - restiamo stupiti da come i Cavallini-Sgarbi (grazie all’occhio di Vittorio, alla furbizia di mamma Rina, alla mediazione di Elisabetta, alla pazienza di papà Giuseppe) siano stati capaci di raccogliere tanta Bellezza. È la loro mostra. E intanto da una sala all’altra si rincorrono le foto dell’album di famiglia: i bianco e nero dei genitori nel giorno del loro matrimonio, la farmacia, Elisabetta e Vittorio giovanissimi, a colori, anni ’70, nel giardino della casa di Ro... Ricordi, progetti, sfuriate e sorrisi. E in fondo, nell’ultima sala, prima di uscire, i vecchi giocattoli dei «piccoli Sgarbi», una macchina rosa, un cavallino di legno, una bambola-statua, gli oggetti da cui tutto - cioè l’idea che non si trova ciò che si cerca, si cerca ciò che si trova - iniziò. È nella piccola stanza dei giochi che comincia il grande gioco dell’arte.

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