Che bel tipo il Casiraghy. Così ha stampato il '900

Che bel tipo il Casiraghy. Così ha stampato il '900
4 Febbraio Feb 2018 04 febbraio 2018

Nella casa-officina di Osnago la sua Pulcinoelefante ha pubblicato 10mila titoli. Nobel e poeti di paese...

nostro inviato a Osnago (Lecco)

Osnago, alta pianura padana, sbandierato a destra sulla linea tipografica Milano-Lecco, Brianza Saudita: terra ricca e creativa, dove pochi leggono, ma chi stampa, stampa come dio comanda. Qui un tempo la MOG, nome mitologico che sta per «Morelli Officina Grafica», stampava per l'Adelphi, cento dipendenti. I più anziani si ricordano Calasso che veniva su a correggere le bozze.

Tirava aria di inchiostro e di piombo di là dal fiume Adda e dagli alberi, e Alberto Casiraghi la respirò tutta: all'epoca, siamo negli anni '70, era impiegato alla S.A.M.E., la storica tipografia di piazza Cavour a Milano dove si stampava, fra tanti giornali, anche il Giornale. «Alla sera, quando Indro Montanelli scendeva nel nostro stanzone, tutti abbassavano la voce... Era già un mito. Io avevo vent'anni, il più giovane tra i compositori. Una volta, vedendomi lavorare, Montanelli dice al proto, il mio capo: Bravo il ragazzino... facciamogli fare a lui la prima pagina. Non ti dico le facce dei vecchi, Ma come, ha scelto quel pistolino lì?!. E comunque per un po' la prima pagina del Giornale la composi io. Eccome, se me lo ricordo». I caratteri sono mobili, ma i ricordi indelebili. Notti bianche, inchiostro nero e pagine che odorano di idee e di fatica.

Il Casiraghi - accidentalmente anche liutaio - ha molte idee, ed è abituato a faticare. Agli inizi degli anni '80 molla l'officina, e per qualche anno fa lo scenografo. Intanto, ed ecco l'ultimo giro di bozze della sua vita, dopo aver tanto stampato per gli altri, comincia a stampare per sé. Ma siccome da quelle parti, fra Gutenberg e il Lambro, è più la gente che vuole fare i libri di quella che li compra - e del resto siamo in Italia, dove tutti vanno ai festival letterari ma nessuno legge libri - decide di farli alla sua maniera. Unici. Il format, semplice e prezioso, farà scuola: due fogli di carta tedesca Hahnemühle piegati in otto pagine, cucitura a mano con filo di cotone, piccolo formato, tiratura limitatissima (33 copie massimo), un'immagine d'artista (un disegno, un acquarello, una foto), un testo brevissimo (un aforisma, una poesia, un nonsense), composizione a mano con caratteri mobili in piombo Bodoni, e infine, «Visto, si stampi» con l'enorme macchina tipografica piana, un'Audax Nebiolo degli anni '60, che troneggia nella casa-officina di Osnago. Da un gigante di ghisa («Hanno dovuto abbattere la porta per farla entrare»), dei minuscoli oggetti di carta («Ognuno è come un figlio»). Il colossale e il minuscolo. Ecco la Pulcinoelefante. Nasce nel 1982. Trentacinque anni dopo, cioè 12.775 giorni, i titoli pubblicati sono 10.150. Tolti i Natali, i Primi Maggio, un paio di settimane di vacanza e un'influenza ogni tanto, più o meno ci siamo. Un libro al giorno. Tutti diversi. Insieme sono il monumento, fra arte e letteratura, all'editoria senza business, ma che con desiderio, genio e tormento, apre una strada.

La strada che porta alla casetta del Casiraghi - che col tempo ha perso qualche capello, ha messo su una «y» alla fine del cognome («per vezzo») e ha ampliato lo spettro professionale (tipografo, grafico, autore, editore...) - è stretta, un po' in discesa. La porta che conduce all'antro operoso - due stanzoni sotto e due sopra, un disordine creativo fra il maudit e il bohémien, ma il profumo è quello del risotto con la luganega - è angusta. Sopra la maniglia è appeso un cartello che annuncia «Fervet opus», uno con scritto «Non leggete a tutti i costi», una foto sbiadita dell'amica di una vita Alda Merini, un biglietto «Ricordati che devi morire», un cuore di ceramica. Entriamo. Di sotto c'è la cucina («Sono passati tutti da qua, a bere il caffè prima di stampare il loro libretto: scrittori, poeti, giornalisti, premi Nobel, poeti del paese, musicisti, pittori, disperati... Metto su la Moka?»), un gatto che dorme, due galline, il divano («È il letto degli ospiti, ci ha dormito anche Maurizio Cattelan, quando lavorava a Flash Art. Prima di diventare l'artista italiano più famoso del mondo, veniva qui a fare i librini con me, in uno ci incollò un wafer, oggi varrà 20mila euro...»), una stufa a legna, la «sala macchina» con l'imponente Audax Nebiolo, e tutt'intorno carte, libri, cataloghi, decine di casse piene di caratteri in piombo, matrici xilografiche, cliché, e alle pareti quadri, manifesti, foto, disegni... Di sopra ci sono altri libri, altri quadri, altre foto, una collezione di maschere africane, due locali. Nel piccolo ci ha infilato un letto. Nel grande ha stipato l'archivio della Pulcinoelefante: nei grandi armadi a parete, una copia per ognuno dei 10.150 titoli della casa editrice, l'ultimo stampato due giorni fa. L'opera omnia del Casiraghi, 1982-2018. Ora, una scelta di 200 pezzi tra i più belli, pazzi, folli, originali e rari, sarà esposta in una grande mostra, a Milano, curata dal libraio antiquario Andrea Tomasetig, al quale è stata affidata l'intera collezione «per trovare una collocazione pubblica adeguata». Significa che Casiraghi vorrebbe venderla, se trovasse il museo giusto... E Milano, la capitale dell'editoria, sarebbe perfetta. Valore del tesoro editoriale? Sussurriamo attorno ai 170mila euro. Riga più, riga meno.

Micro editoria, massima qualità. Eccoli qui, i libretti della Pulcinoelefante diventati ricercatissimi oggetti artistico-letterari. Versi di Pound, Gregory Corso, Cocteau, la Szymborska... E opere di Ettore Sottsass, Enrico Baj, Gillo Dorfles («È venuto qui prima e dopo i suoi cento anni»), Tadini, Parmiggiani, Nespolo, Flora Graiff, Giuliano Grittini... C'è mezzo '900, italiano e straniero. Ci sono molti libretti con le poesie di Annalisa Cima («Passava spesso...»), quelli fatti con Sebastiano Vassalli («Per vent'anni ha passato i Ferragosto da me a stampare un libretto»), quelli coi versi in dialetto di Franco Loi, c'è quello con la spilla da balia infilata nella copertina di Ceronetti, e c'è un Pulcinoelefante ancora più piccolo degli altri, stampato su carta di cacca di elefante, giallognola, molto costosa («La vendevano in Africa...»).

La casa-officina di Casiraghi è così. «Un manicomio privato», diceva l'Alda. Ecco, la Merini. Un capitolo a parte. Con le sue poesie e i suoi aforismi, Casiraghi ha stampato 1500 titoli. «L'ho conosciuta nei primissimi anni '90, prima che diventasse feticisticamente famosa. L'ho accompagnata io a Roma le prime volte per il Maurizio Costanzo Show. Eravamo talmente legati, ci volevamo così bene, e ha dormito da me così spesso, che se non ci siamo amati è stato soltanto un caso».

Caso, destino, passione. È la linea editoriale di Casiraghi. Sfoglio i libretti, e scorrono i nomi di Vanni Scheiwiller (che fece il primo catalogo della Pulcinoelefante), la Pivano («era innamorata dei miei libretti, se li faceva fare perché le piaceva portarli come regalo quando veniva invitata a cena, È più originale che una bottiglia di vino, mi diceva»), Allen Ginsberg («Una volta mi dettò al telefono una poesia»). Ecco i libri-oggetto di Bruno Munari, i libricini con le fotografie di De Biasi, Luca Carrà («È il nipote...») e Maria Mulas (che ha firmato, qualche mese fa, il numero 10mila). Ecco i libricini di Roberto Cerati, anima della vecchia Einaudi, quelli della filologa Maria Corti, quelli dei cantanti De André, Jannacci, Vecchioni («Beh, ne ho fatto uno anche a Elio delle Storie tese...»). Dove ti giri, trovi una follia. C'è il Pulcinoelefante numero 7000 a forma di sette, il numero 8000 con copertina in acetato con stampate ottomila formichine di Isgrò, un Omaggio al Gorgonzola con copertina color muffa e bianco paglierino, un libricino di Bruno Gambarotta - a proposito di quelli che sanno prendere la cultura con leggerezza - il cui testo recita: «Siamo nati per soffriggere». E forse ha ragione lui.

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