Le mani della mafia agrigentina sui migranti

Le mani della mafia agrigentina sui migranti
8 Febbraio Feb 2018 08 febbraio 2018

Prima l'operazione 'Montagna', poi le dichiarazioni del nuovo pentito agrigentino Giuseppe Quaranta: "Ogni nero rappresenta 45euro di guadagno per noi". Ecco come sono venuti a galla gli intrecci tra cosa nostra ed immigrazione

La provincia di Agrigento è forse quella che più di tutte vive il fenomeno legato all’immigrazione: sbarchi fantasma, che avvengono anche al di fuori della stagione estiva, forze dell’ordine sotto pressione specialmente quando aumenta il flusso di migranti verso le coste di questo territorio, paesi dove la presenza di importanti strutture di prima accoglienza creano un certo allarme sociale, come nel caso di Siculiana.

Ma c’è anche un altro aspetto, ben più inquietante e purtroppo non certo nuovo tanto in Sicilia quanto nel resto d’Italia, che è legato al business fatto sulla pelle dei migranti da un lato e, dall’altro, sulla sicurezza dei cittadini; cosa nostra, al pari di tutte le mafie, si muove soltanto lì dove ci sono importanti interessi economici: il blitz ‘Montagna’ dello scorso 22 gennaio, in cui sono state arrestate 56 persone e che ha rappresentato una delle operazioni più importanti contro la mafia agrigentina, ha svelato tra le altre cose anche gli interessi della criminalità organizzata sul business dell’immigrazione.

I tasselli del puzzle che riguarda gli intrecci tra mafia e fenomeno migratorio in provincia di Agrigento, sono stati in gran parte svelati nelle scorse ore; nella tarda serata di mercoledì infatti, nei media locali ha iniziato a circolare una delle notizie più importanti in ambito giudiziario che abbiano interessato la città dei templi negli ultimi anni: il riferimento è al pentimento di Giuseppe Quaranta, uno degli arrestati dell’operazione Montagna ma soprattutto ex capomafia di Favara, tra i comuni iù importanti dell’hinterland agrigentino.

Organico a cosa nostra a partire dal 2010, fino al 2014 ha gestito gli affari della famiglia mafiosa del suo paese prima di essere ‘posato’, termine con il quale negli ambienti criminali si indica colui che viene in qualche modo destituito dal suo incarico: “Mi ero stufato – si legge nell’ordinanza dell’interrogatorio tenuto lo scorso 29 gennaio – Così non mi facevo trovare da nessuno, fino a quando mi hanno detto di non camminare più a nome di Francesco Fragapane (tra i boss agrigentini più importanti, ndr)”. Il neo pentito nelle sue dichiarazioni appare come un vero e proprio fiume in piena: fa i nomi degli attuali capi di cosa nostra in provincia di Agrigento, spiega qual è l’organizzazione del sodalizio criminale, quali sono le famiglie e da quanti comuni è composto ogni singolo mandamento; ma soprattutto, arriva a toccare anche il tasto importante legato al fenomeno migratorio.

Alla domanda sulle attività estorsive da lui conosciute od attuate, Quaranta ha fatto riferimento a due episodi ed uno di essi riguarda le strutture di accoglienza per i migranti: “Con Giambrone e Morgante (due importanti boss dell’entroterra agrigentino) facevamo estorsioni relative agli extracomunitari – afferma nel suo interrogatorio – Ogni volta che Giambrone vedeva un ‘negro’, mi diceva che erano 45 Euro che camminano”.

In poche parole, tra estorsioni dirette e favori richiesti alle cooperative che gestiscono l’accoglienza dei migranti, cosa nostra agrigentina puntava a guadagnare una media di quasi 50 Euro a rifugiato; proprio quello dell’accoglienza è un business il cui interesse, da parte della mafia, è stato pienamente svelato nell’agrigentino grazie alla sopra citata operazione Montagna. Spulciando le ordinanze emerse dopo quel blitz, per la prima volta sono comparse nelle carte nomi di cooperative e società che gestiscono centri di accoglienza; in particolare, è stato accertato un tentativo di estorsione nei confronti di una struttura di Favara, ma dall’indagine è saltato fuori anche un altro episodio in cui, al contrario, è stato il titolare di un centro di accoglienza a ricercare alcuni esponenti mafiosi per poter avviare l’attività.

Ciò che la mafia guadagna dallo sfruttamento del business legato all’accoglienza, non è quindi rappresentato soltanto dai soldi del pizzo o delle estorsioni, ma anche dall’individuazione di strutture da rendere idonee all’utilizzo e dalla possibilità di inserire propri nomi tra i dipendenti; quest’ultimo elemento è forse tra i più importanti: in una provincia, come quella agrigentina, dove la mancanza del lavoro mette in difficoltà anche il ruolo di cosa nostra come ‘procacciatrice’ di posti ed impieghi, poter aver accesso alla gestione delle attività dei sempre più numerosi centri di accoglienza appare a volte anche vitale per la consorteria criminale.

Dall’operazione Montagna, si evince inoltre il prestigio dato ai boss dalla loro possibilità di ottenere in maniera più veloce il disguido di tutte le pratiche burocratiche relative all’apertura di nuovi centri; nell’episodio sopra esposto riguardante il responsabile della cooperativa che si è rivolto ai mafiosi per la ricerca di strutture idonee, è emersa ad esempio anche una sua richiesta per avere ‘assistenza’ nell’ottenimento di tutte le necessarie autorizzazioni da parte dei comuni.

Scambi di favori, estorsioni, pizzo stabilito anche in base al numero di migranti ospitati nelle strutture, il quadro che emerge vede cosa nostra agrigentina sempre più protagonista nell’unico mercato fiorente della dissestata economia di questo lembo di Sicilia; i boss hanno oramai capito come l’unico settore che, almeno per il momento, non può conoscere crisi da queste parti è quello dell’accoglienza: in tutta la provincia di Agrigento il numero dei centri è cresciuto soprattutto a partire dal 2013, quasi tutti i comuni oramai ospitano strutture del genere, cosa nostra non sembra voler perdere l’appuntamento con quello che appare come il nuovo vero ramo utile per incidere nell’economia locale.

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