L'ingiustizia di Macerata: Oseghale può tornare libero

L'ingiustizia di Macerata: Oseghale può tornare libero
8 Febbraio Feb 2018 15 giorni fa

I pm: "Non sarà scarcerato". Ma l'Osservatorio vittime di reati: "Se trova chi lo ospita può uscire e sparire"

«La decisione del gip di Macerata di togliere l'imputazione di omicidio a carico di Innocent Oseghale è assolutamente incomprensibile, oltre che frettolosa»: la presidente dell'Osservatorio nazionale sostegno vittime, avvocato Elisabetta Aldrovandi, non usa mezze misure nel commentare la linea dell'inchiesta su Pamela Mastropietro.

Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio frena sugli effetti della decisione del Gip: «Non c'è nessun rischio scarcerazione». Ma la partita sembra aperta a svolte clamorose. Fonti vicine alla procura fanno sapere che la difesa di Oseghale avrebbe già depositato istanza di scarcerazione. L'uomo, fino a poco fa accusato anche di omicidio, col decadimento dell'accusa viene mantenuto in stato di fermo solo perché non ha una fissa dimora. Qualora trovasse qualcuno disposto a ospitarlo potrebbe essere liberato nell'arco di qualche giorno. «Oltretutto - continua l'avvocato - se ciò accadesse lui potrebbe decidere di scappare e, quindi, non parteciperebbe a un futuro processo, che avverrebbe in contumacia.

E che dire del fatto che se fossero mantenute solo le attuali accuse Oseghale potrebbe addirittura essere libero per sempre? Per le imputazioni di vilipendio e occultamento di cadavere, infatti, si rischiano dai 3 ai 6 anni di carcere. Se fosse richiesto il rito abbreviato, per effetto della legge Orlando, che evita il carcere per condanne fino ai 4 anni, non si farebbe un giorno di reclusione». Una situazione che appare, quantomeno, paradossale. «La vicenda - prosegue Aldrovandi - è di fatto ancora oscura. Allo stato attuale, però, risulta difficile credere che Oseghale non sia implicato nella morte di Pamela. Lui è spacciatore e i due, probabilmente, si incontrarono perché lei doveva reperire stupefacenti. Anche qualora fosse morta per overdose, chi le ha dato la dose letale sarebbe comunque responsabile per omicidio. Se, invece - prosegue l'avvocato - la diciottenne fosse morta per altra causa, ricordiamoci che i suoi abiti insanguinati sono stati recuperati nell'appartamento del nigeriano». E poi è ormai confermato, anche dalla testimonianza di un tassista camerunense abusivo, che sia stato lui a disfarsi del cadavere.

Ma c'è un altro punto su cui gli inquirenti dovranno indagare. Secondo la relazione del medico legale, Antonio Tombolini, il cadavere «è stato smembrato in grossi pezzi con diversi strumenti da taglio». Oseghale dice di non aver più visto Pamela dopo essere uscito di casa perché lei era in preda a una crisi da overdose. Ciò significa che se avesse tagliato a pezzi lui le spoglie della ragazza e se avesse veramente usato oggetti da taglio, il sezionamento sarebbe dovuto avvenire poco dopo il decesso di Pamela. «Entro un massimo di tre ore dalla morte - chiarisce Aldrovandi - interviene sul cadavere la condizione di rigor mortis, che impedisce il taglio del corpo in alcuni punti. Taglio che può avvenire, in quello stato, solo con l'uso di una mannaia o strumento simile. Peraltro, l'occultamento di determinate parti, come quelle sessuali e il lavaggio dei pezzi con candeggina fa pensare anche a un volontario occultamento delle prove». Il nigeriano sa molto più di quel che dice, questo è certo. Quanto all'eventuale scarcerazione di Oseghale per vilipendio e occultamento di cadavere, ciò potrebbe suggerire ad altri potenziali assassini che a uccidere una persona e smembrare un corpo la si può far franca.

«Come presidente dell'Osservatorio nazionale sostegno vittime - dice Aldrovandi - mi sono messa a disposizione dei genitori di Pamela, ai quali va tutta la nostra solidarietà. Peraltro, sorprende che il ministro Minniti, appena appreso della sparatoria a Macerata, atto sicuramente gravissimo, per mano di Luca Traini, si sia precipitato nella città marchigiana e di come il ministro Orlando - conclude - sia andato a far visita ai sei feriti di quei giorni, quando nessun rappresentante del governo ha avuto la sensibilità di andare a trovare la famiglia della 18enne».

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