Clandestini, i giudici di pace rimpatriano con voli Alitalia

Clandestini, i giudici di pace rimpatriano con voli Alitalia
11 Febbraio Feb 2018 13 giorni fa

Niente accordo con le «low cost» e le espulsioni sono un salasso. Spesso servono anche due agenti a bordo

Sono le undici del mattino di martedì, alla Guastalla. Aula di udienza negli uffici del Giudice di pace. I poliziotti accompagnano davanti al giudice un cinese dall'aria avvilita. Il prefetto ha firmato il giorno prima il suo ordine di rimpatrio immediato e forzato. Il giudice lo ascolta brevemente, poi guarda le carte e decide: espulsione immediata. Lo portano a Linate e lo imbarcano per la Cina. Volo Alitalia, perché non ci sono accordi con le compagnie low cost. E il cinese non viaggia da solo, perché già un'altra volta ha creato problemi, quindi è considerato a rischio: così un paio di poliziotti lo accompagnano fino in patria, lo consegnano ala polizia locale, tornano indietro.

Una scena che si ripete con frequenza, e che dà il polso di quanto complicata e costosa sia la procedura per eseguire materialmente i rimpatri dei clandestini. I numeri dicono che Milano è, da questo punto di vista, un'isola di efficienza: nel giro di quattro anni le espulsioni coatte disposte dal giudice di pace hanno vissuto un'impennata impressionante, moltiplicandosi per venti fino alle 929 dell'anno scorso; cui vanno aggiunte quelle disposte dal tribunale ordinario, competente per i cittadini comunitari, o decise direttamente dal Governo. Un totale di 1.149 espulsioni nel 2017, record assoluto in Italia.

Ma l'analisi dei dati (che ora il Viminale rifiuta di comunicare, forse per cautela pre-elettorale, ma che il questore Cardona inserì nel suo discorso di fine anno) conferma quanto si vede direttamente tastando con mano il lavoro quotidiano dei giudici di pace: gli accompagnamenti coatti svuotano il mare col cucchiaio, perché la complessità delle procedure e i costi da affrontare sono tali che a venire davvero cacciati sono solo i casi limite.

Nel corso del 2017, il Prefetto di Milano ha firmato 4.107 decreti di espulsione. Decreti, per così dire, virtuali, privi di conseguenze concrete se non si traducono in rimpatri forzati. A questi quattromila clandestini sono stati riservati in realtà trattamenti graduati in base alla loro pericolosità, valutata in base alle analisi della Questura. A più della metà - per l'esattezza 2.068 - è stato semplicemente consegnato un invito ad andarsene dall'Italia entro sette giorni; a 568 è stato ingiunto di presentarsi periodicamente alla polizia in attesa dell'espulsione definitiva. Per 1.149 è scattato l'accompagnamento all'aeroporto più vicino. I più tranquilli sono stati messi sull'aereo da soli, dopo l'okay del comandante. Per gli altri è servita la scorta. Quanto costa tutto ciò? Il costo medio di una operazione di rimpatrio è stata calcolata nei giorni scorsi da Repubblica in quattromila euro. I conti sono presto fatti.

Ma è l'intera macchina amministrativa e giudiziaria che ruota intorno ai provvedimenti di espulsione a apparire inadatta a sopportare il peso di grandi numeri. Nel corso del 2017 i giudici di pace, su cui ricade il gran peso di queste pratiche, hanno dovuto affrontare oltre duemila fascicoli: oltre al via libera al rimpatrio forzato, infatti, devono occuparsi anche della convalida delle misure alternative come l'obbligo di firma (334 casi) e dei ricorsi contro i decreti prefettizi: 752 ricorsi in tutto, accolti mediamente in un caso ogni cinque e quasi sempre per vizi di forma.

É una macchina che lavora sei giorni su sette, e spesso con l'acqua alla gola per via delle norme: i decreti di reimpatrio coatto devono essere notificati entro 48 ore dal Prefetto al giudice, che ha altre 48 ore per decidere. Così ci sono turni a ciclo continuo di giudici, interpreti, difensori d'ufficio. Le espulsioni vengono convalidate praticamente tutte. Mediamente, vengono caricati in aereo tra i tre e i quattro clandestini al giorno. «E spesso - raccontano alla Guastalla - dobbiamo sbrigarci a fare l'udienza perché l'aereo sta per partire». La nuova normativa ha di fatto abolito la possibilità di trattenere per trenta giorni i clandestini nei Centri di accoglienza (ma si era arrivati a 180 giorni), e chi ha visitato in passato il centro di via Corelli, ora chiuso, ha toccato con mano quanto fosse barbaro quel sistema, che di fatto chiudeva in un carcere persone che non avevano commessi reati. Ma le statistiche dei giudici di pace sembrano dire che anche il sistema attuale è irrazionale e inadeguato.

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