«Berti», dove destra e sinistra si mettono a tavola

13 Febbraio Feb 2018 13 febbraio 2018

Il ristorante da sempre crocevia della politica. Qui si fanno le liste e si decidono i candidati

Candidature e campagne elettorali si decidono anche qui, ai tavoli del ristorante Da Berti. Anzi, bisognerebbe dire che si decidono ancora qui, visto che a lungo il caratteristico locale al 20 di via Algarotti è stato crocevia della politica milanese e di quella nazionale di passaggio. Dopo una pausa nelle frequentazioni di onorevoli, assessori e consiglieri, forse per la stretta sui rimborsi spese istituzionali e alle varie inchieste su conti per cene e spese personali fatte passare per pubbliche necessità, il via vai di politici dalla porta di Berti è ricominciato. Nelle ultime settimane sono stati avvistati anche i due contendenti del «governatorato» lombardo: il leghista Attilio Fontana e il dem Giorgio Gori hanno pranzato e cenato qui, agli stessi tavoli in giorni diversi. Tranquilli, però. Hanno pagato di tasca propria.

Del resto, il fascino di Berti è lo stesso di sempre. E per sempre non intendiamo venti, cinquanta e neppure cent'anni, ma addirittura un secolo e mezzo che il ristorante appena dietro l'avveniristico quartier generale della Regione Lombardia ha celebrato giusto un anno fa. Dalla cassoeula al bollito, dal foiolo all'ossobuco, passando per il risotto al salto: la stella polare di Berti rimane la cucina tradizionale milanese, declinata con la qualità degli ingredienti e la cortesia verso il cliente. In un panorama gastronomico in cui i nomi nelle guide cambiano con la velocità delle mode e spesso in base al gradimento tv degli chef, 150 anni di storia ad alti livelli sono un risultato davvero unico.

Non si tratta solo di nomi sul menù. Tra i risotti, che tra i primi la fanno da padroni, c'è come detto quello al salto, giallo e croccante, ma non mancano abbinamenti innovativi come zenzero e pere. I secondi invernali parlano milanese doc. Ecco allora la cassoeula con verze e maiale servita il venerdì (da Berti ogni giorno non è buono per mangiare le stesse cose; preparazioni, cura e ingredienti impongono una rotazione settimanale) o il bollito di una volta in menù il giovedì. Tra le portate più gustose anche il foiolo, una trippa che altrove non si trova, e l'ossobuco con il risotto giallo, che a onor del vero da Berti si può mangiare tutto l'anno. È naturalmente un piatto unico e qui lo chiamano il «magnum». Un evergreen è anche la cotoletta alla milanese: costoletta vera, con l'osso, che gli austriaci se la scordano. Ma Gigi Rota, che gestisce il locale con il fratello Pucci, cita anche il «manz al gras de rost», tradotto letteralmente «manzo al grasso d'arrosto», inventato dai genitori per la rassegna dei piatti del buon ricordo.

Nella carta del Berti non manca un'incursione lacustre con il pesce del Lago Maggiore, acquistato direttamente dal pescatore e in tavola solo in base alla disponibilità, perciò in giorni non prefissati. Cinque professionisti ai fornelli, tutti di lungo corso in via Algarotti, dove accanto alla cucina a rendere unico ogni pasto ci pensa l'atmosfera delle sale, un tuffo nella storia milanese, nella quale Berti condivide l'anno dei natali con la Galleria Vittorio Emanuele. Storici gli spazi, ancor più antiche le cave della cantina, dove riposano 10mila bottiglie, dalle etichette più prestigiose a nomi meno conosciuti ma ugualmente preziosi. Lo sanno bene i clienti, quelli che dopo aver scoperto il Berti non lo hanno mollato più, quelli illustri che qui si sentivano un po' a casa (da Biagi a Castellaneta a Muti) e i capi di Stato accompagnati qui ad assaporare la «milanesità» della cucina e dell'atmosfera, da Napolitano a Gorbaciov. Tutti Da Berti hanno provato cosa significhi davvero mangiar bene. Anche il futuro governatore lombardo. Chiunque sia.

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