Il Nobel per la Pace che odiava i duelli ma «scusava» la guerra

14 Febbraio Feb 2018 8 giorni fa

Ernesto Teodoro Moneta è l'unico italiano ad aver vinto il premio nel lontano 1907

Walter Galbusera*

Il garibaldino Ernesto Teodoro Moneta, unico italiano premio Nobel per pace nel 1907, fu il più importante giornalista della seconda metà dell'Ottocento. Chiamato dall'editore Sonzogno a dirigere Il Secolo nel 1867, lasciò la carica nel 1895 riprendendola per un breve periodo nel 1898 dopo i moti di Milano, per consentire la continuità del giornale, chiuso da Bava Beccaris. Il primo settembre 1898, alla ripresa delle pubblicazioni, si stamparono 400mila copie che andarono tutte esaurite. Delle cinque giornate, cui partecipò giovanissimo accanto al padre, lasciò un resoconto dettagliato che metteva in luce gli errori di sottovalutazione del maresciallo Radetsky sotto il profilo militare. Non riuscendo a imbarcarsi con i Mille a Quarto, raggiunse l'esercito di Garibaldi in Campania e fu ufficiale di Stato Maggiore con il con il generale Sirtori.

Deluso profondamente dal «letargo in cui era caduta la vita politica italiana» dopo gli entusiasmi della lotta per l'indipendenza e l'unità, sognava il ritorno a un nuovo Risorgimento in cui si affrontassero «i grandi principi della politica che fanno la grandezza delle nazioni e il bene dell'umanità». Anticlericale ma non irrispettoso dei valori religiosi, Moneta assumeva fino in fondo le sue responsabilità. L'esperienza militare gli consentì un giudizio autorevole sullo stato reale dell'esercito e i cambiamenti necessari che Moneta vedeva nell'adozione del modello svizzero, efficace, agile e democratico. Impegnato nella campagna per l'abolizione del duello, ritenuto una forma incivile di giustizia, non esitò a incrociare le armi contro un avversario che l'aveva definito «pusillanime».

Nel 1867 assunse la direzione del Il Secolo, fondato da Edoardo Sonzogno, distinguendosi per scelte editoriali innovative accompagnate da migliorie tecnologiche come l'uso del telegrafo. Gli incassi pubblicitari ne fecero il primo giornale italiano, non solo politico ma anche popolare. Introdusse il romanzo di appendice a puntate (pubblicò Victor Hugo, George Sand, Jules Verne, Alexandre Dumas), strenne, lotterie, premi agli abbonati che potevano vincere una casa in città o una villa in campagna. Il 15 giugno 1895 pubblicò la «Lettera agli onesti di tutti partiti» in cui il deputato radicale Felice Cavallotti accusava il primo ministro Francesco Crispi di corruzione e concussione. Nel 1896 Moneta lasciò il giornale a Carlo Romussi: la tiratura superava 100mila copie.

Tra i più importanti collaboratori, oltre a Romussi, si annoveravano Mario Borsa, Vilfredo Pareto e, nel 1871, anche Eugenio Torelli Viollier che fonderà nel 1876 il Corriere della Sera. L'orientamento politico del giornale, rivolto a un target popolare, era democratico-radicale. Il Secolo imponeva chiare regole di comportamento ai corrispondenti. Dovevano «avere indipendenza nel riferire le notizie, non cedere né a pressioni, né ad amicizie, né ad influenze, né a sentimenti di partito e riferire sempre e scrupolosamente la verità». La linea liberal-democratica ne fece uno strumento di dibattito che suscitava interesse e apprezzamento anche dal socialismo riformista, come dimostra la corrispondenza con Anna Kuliscioff, Filippo Turati, Leonida Bissolati.

Moneta ottiene il Nobel nel 1907, una scelta accompagnata da una strategia organica per eliminare gradualmente le cause dei conflitti individuando strumenti come l'arbitrato e la creazione delle sedi istituzionali internazionali cui gli Stati conferiscono l'autorità a dirimere i contrasti. Nello stesso tempo riprende e sviluppa il pensiero di Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini per realizzare gli Stati Uniti d'Europa, la cui realizzazione farebbe venir meno le ragioni dei conflitti. Per Moneta la guerra non si combatte solo con le manifestazioni popolari, men che meno con la non violenza, tuttavia sostiene la «guerra giusta», la «guerra contro la guerra» quando un Paese è aggredito e invaso. Le sue scelte incontrarono forti obiezioni dal movimento socialista, orientato su una linea di intransigenza pacifista, ma gli va riconosciuta una coerenza di pensiero per l'indipendenza e la libertà delle «patrie» la condizione per il superamento degli Stati nazionali e la costruzione di un nuovo ordine mondiale capace di garantire democrazia e sviluppo economico e sociale.

*Presidente Fondazione Kuliscioff

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