Travolse Scarponi Distrutto per l'incidente si lascia morire di cancro

Travolse Scarponi Distrutto per l'incidente si lascia morire di cancro
14 Febbraio Feb 2018 8 giorni fa

Dallo schianto con il ciclista non si era più dato pace. Malato, non rispondeva alle cure

Andrea Cuomo

Può un dolore intinto nel rimorso condurti alla morte? Può. Eccome se può. E la storia di Giuseppe Giacconi, di anni 57, di mestiere piastrellista, lo dimostra. Giuseppe è l'uomo che con il suo furgone investì e uccise, il 22 aprile dell'anno scorso, Michele Scarponi, ciclista famoso. Quella fama che forse ha reso il tormento di Giuseppe ancora più intollerabile. Perché se essere cagione - anche se senza alcuna colpa - della morte di qualcuno è un macigno sotto il quale qualsiasi vita esce appesantita, vedersi tutti i giorni per molti giorni sui giornali raccontato come l'assassino di Scarponi deve essere stato un Golgota impossibile da salire per chi scalatore non è.

E Giuseppe quel Golgota si è rifiutato di salirlo, piantandosi come un cavallo imbizzarritosi. Così subito dopo l'incidente divenne un uomo silenzioso, irriconoscibile per gli amici che provavano a consolarlo con la forza di una ragione che non ha cittadinanza in anime così in pena. Poi qualche mese dopo scoprì di avere un tumore, un nemico che lo tamponò violentemente lasciandolo senza fiato e a terra a sua volta. Lui quasi non combatté, venne ricoverato all'ospedale Carlo Urbani di Jesi ma i medici lo fecero presto tornare a casa perché l'uomo non reagiva alle cure. Quel giorno di inizio 2018 Giuseppe iniziò a morire, ma forse aveva iniziato già quel maledetto 22 aprile. Poche settimane e Giuseppe ha finito di morire, e ieri si sono celebrati i funerali nella chiesa della prepositura di Filottrano, il paese marchigiano suo e di Scarponi. Con la morte di Giacconi si estingue anche l'inchiesta per l'incidente che costò la vita al ciclista, nella quale il piastrellista era indagato come atto dovuto.

Ma non erano le eventuali conseguenze penali a pesare sulle spalle di Giacconi. Era il dolore per la morte di un uomo di vent'anni più giovane di lui, idolo del suo paese e quindi anche suo, padre di due gemellini a cui sognava di portare qualche maglia da vincitore di tappa o di classifica nel Giro d'Italia che sarebbe iniziato di lì a poco e per il quale si stava allenando.

Quell'assolato giorno di aprile le strade di Giuseppe e di Michele si incontrano e si scontrano. Scarponi sta filando sulla sua bici quando, all'uscita di un tornante in via dell'Industria, alla periferia di Filottrano, viene preso in pieno dal furgone di Giacconi. Il ciclista muore sul colpo. Giacconi resta là, più distrutto del parabrezza del furgone color crema. «Non l'ho visto, avevo il sole in faccia», continuerà a dire per giorni. Al funerale di Scarponi, celebrato al centro sportivo del paesino marchigiano, il cardinale di Ancona Edoardo Menichelli, avrà un pensiero anche per lui, per il «dolore che si porterà sempre nel cuore». Quel sempre è durato pochi mesi. Le strade di Michele e Giuseppe si sono incontrate di nuovo e ora i due giacciono in due tombe vicine.

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