È la scelta più saggia Ora parola alla politica

È la scelta più saggia Ora parola alla politica
15 Febbraio Feb 2018 7 giorni fa

I giudici di Milano avevano a disposizione una soluzione facile e telegenica: assolvere Marco Cappato, farsi guidare non dalla legge ma dall'emozione, dalle immagini raggelanti di un uomo ridotto a larva, dalle frasi accorate di una madre in aula, dalle lacrime di un pubblico ministero e stabilire in sentenza ciò che detta il cuore, cioè che strappare Dj Fabo a una vita di strazio è stato un gesto d'amore; o potevano imboccare un'altra strada, più tortuosa, certamente più lenta, rinunciando a farsi arbitri della vita e della morte, e lasciando che a tracciare la linea siano coloro cui questo compito spetta. Hanno scelto questa seconda strada, ed è stata una scelta saggia. Sospendendo il processo a Cappato e trasmettendo gli atti alla Corte Costituzionale, hanno innescato un percorso in grado di portare le norme italiane sul fine vita a ricevere l'innovazione di cui hanno bisogno: ma all'interno di una riflessione profonda, che tenga insieme le ragioni dell'etica e del diritto. E il cui approdo non può certo essere una rimozione totale degli ostacoli, una deregulation che apra le porte al mercato della buona morte come nei cantoni svizzeri: dove anche un malato curabile o persino un semplice depresso viene terminato come un condannato a morte in Texas. Il passaggio alla Corte Costituzionale non può che essere il primo passo di questo percorso. Dei valori in gioco su questi temi - la vita e la dignità, le libertà individuali e l'interesse pubblico - il testo attuale dell'articolo 580 del codice penale ne privilegia alcuni a totale discapito di altri, vistosamente figlio dell'epoca autoritaria in cui venne varato. La pena è alta, e non distingue tra chi convince il prossimo a suicidarsi, e chi semplicemente aiuta chi ha già deciso a realizzare i suoi propositi; né affronta casi come quello di Dj Fabo, dove un uomo ridotto a vegetale non ha modo di suicidarsi senza aiuto. La Costituzione del '48, la Convenzione dei diritti dell'uomo e soprattutto il mutare del comune sentire rendono necessario che la norma venga adeguata.

Ma nemmeno la Corte Costituzionale, a meno che non si avventuri in una delle sue cosiddette «sentenze creative», può produrre un adeguamento all'altezza della complessità dei valori in gioco. Riconosca che la contraddizione esiste, indichi una via maestra, e affidi al Parlamento il compito arduo di dare una soluzione al passo coi tempi.

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