Filippo Corridoni. Il più anarchico degli interventisti

Filippo Corridoni. Il più anarchico degli interventisti
1 Marzo Mar 2018 01 marzo 2018

La vita di Filippo Corridoni (1887-1915) si è consumata in meno di trent'anni. Eppure, chiunque volesse decrittare quell'epoca, anche nelle pieghe più nascoste, non potrebbe far altro che incrociare le vicende dell'arcangelo sindacalista. Prototipo di molti irregolari che vissero con smisurata passione ideale la lotta politica, può essere considerato paradigma di tutto il primo Novecento. Mazziniano nella prima giovinezza e poi socialista, anarco-marxista e anche nietzscheano. Nel 1907, con l'anarchica Maria Rygier fonda il giornale antimilitarista Rompete le file, per colpa del quale inizia la lunga trafila dei suoi arresti. Tra i capi delle lotte proletarie a Milano, nel 1911 strenuo oppositore della guerra coloniale in Libia, fu poi nazionalista, sindacalista sorelliano, in un turbinio a volte anche caotico di posizionamenti che renderanno la sua figura, una tra le più controverse, eppur fascinose, del tempo. Una bruciante passione con due ultime fiammate: le rivolte interventiste milanesi del maggio 1915 («Oggi esiste un solo partito: l'Italia; un solo proposito: l'azione») e l'arruolamento da volontario nel primo conflitto mondiale dove troverà la morte subito, a pochi mesi dall'entrata in guerra, nel corso della Terza battaglia dell'Isonzo.

Corridoni è paradigma perché rifiuta ogni collocazione prestabilita e inventa un nuovo modo di fare politica dove le posizioni di partenza assumono importanza solo nella misura in cui tendano alla ricerca dell'unico, immutabile obiettivo: la rivoluzione nazionale e sociale. Fu infatti tra i primi ad intuire che si approssimava l'epoca delle masse in politica e cercò di contagiarle con l'idea (questa sì, mai mutata!) che le energie vive del proletariato dovessero «innestarsi finalmente, e da protagoniste, nella vicenda nazionale». Dunque, non un folle esagitato ma l'interprete più autentico di una febbre collettiva. Encomiabile è perciò l'operazione della piccola casa editrice Fergen che inaugura proprio con Corridoni (pagg. 108, euro 10), e grazie a volumetti di appena cento pagine, una serie di ritratti di personalità che, con terminologia tutta moderna, definiremmo di sintesi. Non è un caso che le dediche poste nella prima pagina da Gennaro Malgieri, autore del libro, siano rivolte a Giano Accame e Beppe Niccolai.

Perché, a considerarlo con le categorie che hanno attraversato tutto il Novecento, Corridoni fu di destra e di sinistra, sindacalista rivoluzionario ma attratto da un marxismo rivisitato («depurato dalla componente internazionalista e ripulito dal materialismo»), antiparlamentarista e fautore della democrazia diretta, e infine critico di quella borghesia italiana che «non ha tradizioni e non ha metodo; è povera e ci tiene a non rischiare il suo capitale che a colpo sicuro; è infingarda e lazzarona e non vuol faticare, non vuol lottare, non vuole avere fastidi; rinuncia alla gallina del domani per la coccia dell'uovo dell'oggi: e si mette in mano dello Stato. Questo la spolpa, l'assassina, ma la contenta».

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