Morto lo storico Pierre Milza, biografo del Duce e di Verdi

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1 Marzo Mar 2018 01 marzo 2018

Il più "defeliciano" degli studiosi francesi, Pierre Milza, ha scritto pagine importanti su Mussolini e sui fascismi europei

Della sua storia familiare aveva fatto una ragione di vita e un oggetto di studio. Pierre Milza, lo storico italo-francese morto ieri a Saint-Malo all'età di 85 anni, era figlio di un immigrato italiano nato a Bardi, piccolo centro della Valle del Ceno, in provincia di Parma. Il papà aveva fatto in tempo a combattere sul Piave nell'ultimo anno della Grande Guerra, prima di emigrare Oltralpe e di sposarsi con una francese. Nella prefazione di una delle sue opere più impegnative, Historie d'Italie, pubblicata una dozzina d'anni fa da Fayard, Pierre riconosceva il suo debito: «questo libro era un dovere che sentivo di avere nei confronti di mio padre».

Dopo l'esordio, con una tesi di laurea che si occupava già di quella che sarebbe diventata una delle sue aree di specializzazione, le relazioni franco-italiane tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, Milza aveva scritto una monumentale storia dell'immigrazione italiana in Francia (Voyage en Ritalie, pubblicata da Plon nel 1993). Con il tempo, però, il suo nome era diventato famoso per gli studi sui movimenti fascisti europei. E anche in questo caso le origini saldamente ancorate alla Penisola avevano pesato non poco, visto che l'interesse per la destra era iniziato proprio occupandosi del movimento italiano delle Camicie nere. La sua Storia del fascismo, pubblicata in Francia negli anni Settanta in quattro corposi volumi, aveva provocato interesse e polemiche in qualche modo paragonabili agli studi di Renzo de Felice, autore con cui Milza si era confrontato a lungo. Più tardi era arrivata la biografia del duce (Mussolini, tradotto in Italia da Carocci) e una focalizzazione su Gli ultimi giorni di Mussolini (in Italia apparso per Longanesi nel 2011). Con quest'ultimo testo, e pur senza apportare all'appassionato dibattito dettagli inediti, Milza era entrato a pieno titolo in quel vero e proprio genere letterario che è nato e ha prosperato intorno alle ore immediatamente precedenti la fucilazione di Dongo. Dall'attenzione per il fascismo lo sguardo dello storico italo-francese si è via via allargato ai movimenti di destra dell'intero continente e nel 2002 Milza ha pubblicato Europa estrema. Il radicalismo di destra dal 1945 a oggi. A lui viene attribuito il merito di essere stato tra i primi studiosi ad aver colto costanti e punti di contatto ideologici tra i diversi movimenti «neri» attivi in Europa sin dal primo dopoguerra. La qualità del lavoro e l'originalità interpretativa gli avevano fruttato la cattedra di Storia contemporanea all'Institut d'études Politiques di Parigi, la direzione del Centro di Storia del XX secolo alla Fondazione nazionale di Scienze politiche e una quantità di premi e riconoscimenti. I suoi manuali, scritti spesso in coppia con un altro autore, Serge Berstein, sono stati per anni parte integrante del curriculum di studi universitari in Francia.

Fascismo e neo-fascismo a parte, il fulcro dei suoi interessi è rimasto fino all'ultimo l'Italia e gli italiani illustri. A testimoniarlo due biografie, la prima dedicata a Verdi e il suo tempo (edita in Italia nel 2001), la seconda a Garibaldi (tradotta nel 2013). Ad affascinarlo era soprattutto il rapporto che gli italiani hanno con la propria identità nazionale: «È la questione che ha dominato la vostra storiografia dall'Unità a oggi». E nel ripercorrere le tappe del dibattito sorrideva, sottolineando le differenze tra i due Paesi che condividono il confine a cavallo delle Alpi: «Gli italiani, a differenza dei francesi, conoscono bene l'arte di autodenigrarsi. Fino ad arrivare a dire che l'Italia, come senso dell'identità nazionale non esiste. Fino a parlare della costruzione nazionale come semplice frutto degli interessi di una piccola, miope e minoritaria classe dirigente».

Per Milza e la sua visione parigina la realtà non era così negativa: «mi domando se a tenere viva la questione non sia stata la tendenza ad accentuare gli aspetti, diciamo così, pessimistici della storia della Penisola». Un peccato di cui Milza individuava anche i colpevoli: «penso, per esempio, agli autori della Storia d'Italia dell'Einaudi, e prima ancora si può tornare a Gramsci. Più in generale a un approccio ideologico e marxisteggiante che dalle vostre parti ha influenzato larga parte della produzione storica».

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