Al jukebox della poesia le parole giuste per tutti

Al jukebox della poesia le parole giuste per tutti
11 Marzo Mar 2018 11 marzo 2018

L'appuntamento a "Tempo di libri". Lo scrittore Marco Balzano invita i poeti a leggere i propri versi. "Niente dibattiti e molto ascolto"

Poeti in fiera. Poeti letti, poeti che leggono. A Tempo di libri è tempo di versi, anche: per esempio si celebrano due simboli milanesi come Carlo Porta (con Patrizia Valduga) e Alda Merini (nel reading di Irene Grazioli con Arnoldo Mosca Mondadori) o una collana storica come lo «Specchio» Mondadori. O si fanno tre minuti di silenzio per ascoltare L'infinito di Leopardi, letto in stereofonia in tutto il salone (ieri, ore 17 precise, con la fiera affollatissima). Ma quello con la poesia è anche un appuntamento fisso: ogni pomeriggio Marco Balzano, scrittore milanese, insegnante, 40 anni, Premio Campiello per L'ultimo arrivato (Sellerio, 2014) e da poco in libreria con un nuovo romanzo, Resto qui (Einaudi), alle 15,30 propone «Un'ora di poesia». Due poeti, due «poetoni» anzi, come dice lui, si alternano sul palco, e leggono. Come da titolo dell'appuntamento, «un'idea balzana».

Nata così: «Kerbaker mi ha chiesto di fare qualcosa per la fiera. Avevo una gran voglia di togliermi dai narratori e occuparmi di altro; e siccome sono un accanito lettore di poesia, e penso sia un momento straordinariamente ricco per la poesia italiana, ho proposto l'idea più essenziale: niente dibattiti o analisi, bensì rendere la poesia un piacere per l'ascoltatore. I poeti vengono e leggono quello che vogliono». Leggere e ascoltare. «E ridare respiro alla parola. L'ultima volta che l'abbiamo fatto eravamo bambini...».

Nella striscia balzana ci sono appunto dei «poetoni»: il primo giorno, un giovedì pomeriggio qualsiasi, la sala era piena per due big come Mariangela Gualtieri e Patrizia Cavalli, venerdì è stata la volta di Gian Mario Villalta e Mario Santagostini (meno affollata la sala), seguiti ieri sul palco da altri due nomi storici, Valerio Magrelli e Franco Marcoaldi (gente in piedi, con il primo che ha letto gli inediti del «commissario Magrelli»); oggi toccherà a Anna Maria Carpi e Fabio Pusterla e domani a Stefano Raimondi e Giancarlo Pontiggia. Dieci autori, «dieci poetiche diverse, dieci idee di poesia diverse: alcuni più lirici, altri più narrativi». Il pubblico: tutte le età, tanti giovani, tutti molto attenti. C'è chi chiede titoli ai poeti, come canzoni al jukebox. «La gente vuole recuperare la parola in senso diverso da quello mediatico, consumistico». E poi si diverte: con Patrizia Cavalli, per esempio, il pubblico ride molto. «La cosa bella è sottrarre la poesia a certi luoghi comuni, come la seriosità e l'elitarietà. È in linea con l'idea di questa fiera, in cui stanno bene insieme i poeti e i cuochi».

Il successo in sala rispecchia, secondo Balzano, lo stato della poesia italiana: «Ci sono notevoli autori di talento, anche fra i trenta-quarantenni. E questo perché in poesia, più che in prosa, i più anziani e affermati sanno fare scouting». Balzano stesso ha iniziato scrivendo versi: «Ho pubblicato due raccolte a distanza di cinque anni, l'ultima nel 2012. Continuo a scrivere poesie, prima o poi ci sarà materiale per una terza raccolta». Ora però ha appena pubblicato il suo quarto romanzo, Resto qui, storia di Trina e di Curon, «il paese che non c'è più», e che la protagonista non vuole abbandonare. Curon è un paesino della Val Venosta, di cui rimane visibile soltanto la cima del campanile della chiesa, che affiora dal lago (artificiale) di Resia. Tutto il resto è stato sommerso da una diga, cominciata all'epoca di Mussolini, interrotta durante la guerra e terminata nel 1950. Racconta Balzano: «Sono finito per caso a Curon. L'immagine del campanile che galleggia sull'acqua e, soprattutto, dei vacanzieri che affollavano la spiaggia in quel giorno d'estate, mi diede il senso di una storia da raccontare. La storia di un paese che non c'è più, distrutto da un progresso dissennato. Tanto crudele è la storia che, di quel paese, non ci resta nemmeno un monito, benché le rovine si intravedano a fior d'acqua».

Quel campanile per Balzano non è solo «un drammatico aneddoto». La storia di Trina è quella della «dialettica difficile tra progresso, paesaggio, comunità e radici» ed è anche «una storia di resistenza»: «Tutte le volte che diamo per scontati i nostri diritti e non puntiamo i piedi, è facile che l'acqua ci sommerga». La resistenza è raccontata con la voce di una donna, appunto, la montanara-lettrice-maestra Trina, tedesca come tutti i suoi compaesani, costretta dalle politiche del Ventennio a una nuova lingua, l'italiano, e quindi a non poter insegnare. Le resta solo la scuola clandestina. Le restano il marito e il figlio, perché la figlia Marica (a cui racconta la sua storia) è fuggita da piccola da Curon: ha scelto di andare nel Reich, come tanti altri altoatesini che hanno visto nel nazismo la salvezza dal fascismo. «La cosa più difficile da costruire in un romanzo è la voce. Che fosse quella di una donna è stata la scommessa letteraria più importante. Difficoltà? Diciamo che essere un adoratore di Natalia Ginzburg aiuta». Trina è «tremendamente coraggiosa e tremendamente fragile», attraversata da un dolore collettivo e da un dolore personale: «Ma è una donna che non scappa, nemmeno di fronte al dolore, e cerca perlomeno di dargli corpo attraverso le parole. Mi piace che scelga di usare sempre le parole, anche quando capisce che non la salveranno».

Racconta Balzano che molti, davanti al campanile di Curon, scattano selfie. «Nel Porto sepolto, Ungaretti dice che il poeta è colui che si immerge per riportare alla luce e disperdere i canti della città sommersa dal mare. Mi ritrovo in questa idea di letteratura, poesia o prosa che sia: la verticalità, l'andare a prendere quello che sta sotto e quindi è nell'ombra, nel silenzio, e reclama la luce - dantescamente, la conoscenza. Non penso che nel 2018 possiamo permetterci una letteratura che sia solo intrattenimento: la letteratura è conoscenza, e presa di coscienza. Se io racconto questa storia, posso coltivare l'illusione che chi la legga non farà parte del popolo di quelli che si fanno i selfie davanti al campanile».

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