Fuori Tono

12 Marzo Mar 2018 12 marzo 2018

M entre in Europa facevano a gara per «complicare» la musica contemporanea di derivazione classica (e chi lo dice che le complicazioni sono sempre e comunque «brutte»?, ndr), al di là dell'oceano procedeva inarrestabile «l'età dell'oro durata dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni '80» del minimalismo. Già, proprio così. Sull'argomento non si ritorna mai abbastanza perché è stato motivo di una «frattura», anzi una separazione - dalla nascita - di due mondi che si sono guardati senza tregua molto in cagnesco, e a volte continuano: il pianeta degli americani di Glass & Co., con quel loro «piacere per il loop» e il mondo dei colti del vecchio continente, il francese Boulez in testa, con il suo «formalismo seriale o aleatorio» di quel periodo, o poco prima. Ora c'è un motivo per riparlarne.

Sulla gigantesca questione torna il critico musicale milanese Luca Cerchiari con il saggio «Filosofia del minimalismo - La musica e il piacere delle ripetizione» (Casa Musicale Eco di Monza, pp 136). Cerchiari, classe 1957, una produzione saggistica notevole su disparati argomenti musicali, in testa il jazz, per cominciare sostiene che «il minimalismo classico è oggi invecchiato, ma ha disseminato ovunque le sue tracce, in particolare nell'elettronica e nella techno».

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