Ferrara assolto: "Criticare le toghe si può"

Ferrara assolto: Criticare le toghe si può
13 Marzo Mar 2018 13 marzo 2018

L'ex direttore del «Foglio» era stato querelato dal pm anti mafia Di Matteo

Milano - Una sentenza che potrebbe segnare una svolta, dopo anni in cui un bel numero di magistrati si è visto riconoscere risarcimenti per decine di migliaia di euro a carico dei giornali che avevano osato criticarli. Ieri vengono depositate le motivazioni della sentenza con cui il tribunale di Milano ha assolto l'ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara dall'accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa. A denunciare il giornalista era stato uno dei più famosi magistrati d'Italia, il pm palermitamo Nino Di Matteo, che si era sentito ingiuriato da un articolo - scritto da Ferrara medesimo - sulla inchiesta che è il cavallo di battaglia della Procura di Palermo: quello sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. È il processo che Di Matteo ha ereditato dal collega Antonino Ingroia, e per il quale ha recentemente pronunciato la requisitoria conclusiva.

Ferrara aveva definito «una spaventosa messa in scena» le intercettazioni realizzate nel carcere di Opera delle chiacchierate all'ora d'aria tra Totò Riina e un altro detenuto, il pugliese Alberto Lorusso, utilizzate da Di Matteo per rafforzare la posizione dell'accusa nel processo (definito «traballante» nell'articolo di Ferrara). Di fatto, Lorusso sarebbe stato un «agente provocatore» al soldo di «poteri oscuri».

La sentenza che assolve Ferrara, emessa dal giudice Maria Teresa Guadagnino, ripercorre punto per punto la vicenda dei colloqui in carcere tra Riina e Lorusso, e riconosce che buona parte dei fatti indicati da Ferrara a sostegno della sua tesi sono tutt'altro che falsi. Ma la sentenza ha il suo cuore nel valore che riconosce alla funzione di critica della stampa libera, e nella esplicita indicazione del potere giudiziario tra i poteri che l'informazione ha il dovere di tenere sotto controllo.

Da anni, nei tribunali di tutta Italia, direttori di giornale e cronisti finiscono sotto processo proprio per avere svolto questa funzione; i giudizi critici vengono trattati come crimini (ne sa qualcosa il giornalista che venne condannato a tre mesi di galera per avere definita «incauta» una giudice); e al momento di quantificare i risarcimenti, i giudici giudicanti sono assai generosi verso i giudici querelanti, che si vedono riconoscere somme a quattro e a volte a cinque zeri. L'onore di una toga vale più di quello di un uomo qualunque.

Ora invece la sentenza che assolve Ferrara cerca di riportare il tema all'interno della Costituzione: «Il diritto di critica si concretizza nella espressione di un giudizio o più genericamente di una opinione che come tale non può pretendersi rigorosamente obiettiva, posto che la critica, per sua natura, non può che essere fondata sulla interpretazione. La libertà riconosciuta dall'articolo 21 della Costituzione di manifestazione del pensiero e di formulazione di critica nei confronti di chi esercita funzioni pubbliche comprende il diritto di critica giudiziaria, ossia l'espressione di dissenso anche aspro e veemente nei confronti dell'operato di magistrati i quali, in quanto tali, non godono di alcuna immunità».

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