Martina lascia il governo. E nel Pd scoppia la faida per chi fa il capogruppo

Martina lascia il governo. E nel Pd scoppia la faida per chi fa il capogruppo
14 Marzo Mar 2018 14 marzo 2018

In pista i renziani Guerini e Richetti, ma la Boschi spinge per la riconferma di Rosato

Nel Pd ancora frastornato dalla batosta del 4 marzo, il «reggente» Maurizio Martina avvia la ricognizione interna. E annuncia le sue dimissioni da ministro, (l'interim dell'Agricoltura lo ha preso Gentiloni) perché «penso sia giusto distinguere le due funzioni», quella di governo e quella di partito.

Le incertezze sul percorso sono molte, a cominciare dalla sostituzione di Matteo Renzi: sarà l'Assemblea nazionale a nominare un nuovo segretario (con Martina in campo) o si andrà ad un congresso con relative primarie, con tempi assai più lunghi e col rischio di sovrapporsi ad eventuali nuove elezioni? Peraltro anche l'assemblea, convocata a inizio aprile, potrebbe slittare per non coincidere con l'inizio delle consultazioni per il governo. I possibili candidati segretari intanto si sfilano: smentisce di voler correre Carlo Calenda, smentisce Graziano Delrio.

Ma ci sono scadenze ben più ravvicinate sulle quali si misureranno le forze interne, a cominciare dalla nomina dei capigruppo. Secondo prassi, la scelta avverrà subito dopo l'elezione dei presidenti delle Camere, primo atto costitutivo della legislatura: il nuovo Parlamento è convocato per il 23 marzo, a Palazzo Madama se la sbrigheranno presto visto che dopo la terza votazione si va al ballottaggio tra i primi due classificati, alla Camera si voterà a oltranza fino a soluzione. Nei gruppi parlamentari Dem è iniziata la conta delle correnti, per capire chi ha più chance per farcela. Il voto dei capigruppo avviene a scrutinio segreto, quindi le insidie sono molteplici. La variabile principale con cui fare i conti, dal punto di vista interno, è quella costituita da Renzi medesimo: il segretario si è ormai dimesso, ma nei gruppi parlamentari ancora controlla truppe preziose a qualunque maggioranza, nonostante siano già in pieno corso i riposizionamenti. I primi calcoli all'ingrosso (ma solo più avanti in settimana ci saranno le riunioni decisive per capire chi sta con chi) dicono che al Senato i renziani sono più di una ventina (su 57), alla Camera una trentina (su 112). Ma la novità è che gli stessi renziani sono divisi: le voci interne accreditano Luca Lotti come capofila della linea dialogante, colui che tenta di tenere i rapporti con le altre anime dem e di ricucire gli strappi causati dalle esternazioni dell'ex segretario (che è tornato ad attaccare tutti, da Gentiloni a Franceschini), e di concordare con loro i futuri assetti, senza scontri e «dita negli occhi». Le ipotesi che vengono fatte: il renziano soft Guerini alla Camera, e il delriano Richetti al Senato; oppure il renziano soft Marcucci al Senato e un franceschiniano o gentiloniano alla Camera. Mentre Maria Elena Boschi viene indicata come fautrice della linea dura, e sospettata di essere la sponsor della riconferma a capogruppo di Ettore Rosato. Una riconferma che, dice Andrea Orlando, farebbe «fallire» il mandato di pacificazione di Martina.

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