Tillerson silurato, Kim avvisato. Il "falco" Trump affila gli artigli

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14 Marzo Mar 2018 14 marzo 2018

Se la partita con Pyongyang andrà in porto, Donald sarà più forte in Asia

Una telefonata dalla Casa Bianca lo aveva avvertito: «Signor Tillerson, sarà meglio che cancelli il previsto viaggio in Africa perché è in arrivo per lei un tweet del presidente». E ieri, al suo ritorno, il tweet è arrivato: il capo della diplomazia americana si è visto licenziato in tronco e sostituito dal direttore della Cia, Mike Pompeo, con cui Trump dice di avere una totale comunione di idee. Di conseguenza, per la prima volta da quando l'agenzia nacque nel 1947, una donna, Gina Haspel, diventa il capo della più importante agenzia di intelligence. Pompeo è un italoamericano molto potente e influente, ex industriale spaziale e membro dell'Italian American Congressional Delegation, vicinissimo ai «Tea Party» della nuova destra liberista.

I democratici, a cominciare dalla capogruppo al Congresso Nancy Pelosi, hanno fatto molto chiasso per la procedura, ma nessuno si è sorpreso: la politica estera del presidente è ormai quella dell'uomo solo al comando, rafforzata da una serie di successi tutti personali e dunque chi fa la fronda, o mostra insofferenza, si trova fuori dal governo. Tillerson aveva avuto da ridire sulla posizione di Trump contro l'Iran, aveva preso da solo una posizione antirussa sulla vicenda della spia avvelenata a Londra e aveva assistito con distacco allo show di Donald Trump parole contro missili che ha piegato il dittatore nordcoreano Kim Jong-un costringendolo alla trattativa. Infine, Tillerson stava ricevendo attestati di simpatia dagli ambienti conservatori del Grand Old Party e fra alcuni democratici. A Tillerson il presidente ha inflitto, prima del licenziamento, l'umiliazione di fargli sapere dalla stampa di aver accettato l'incontro in Svizzera con «l'omino che lancia i razzi» dalla Corea. Trump l'ha ringraziato freddamente via Twitter «per il servizio reso» mentre ha srotolato un tappeto rosso per l'arrivo di Mike Pompeo «che farà un lavoro fantastico!».

La Casa Bianca è dunque ormai simile a una moderna reggia di Versailles in cui il sovrano decide con coloro con cui si sente in sintonia lasciando a Congresso e Senato il compito di approvare e finanziare le sue decisioni. È finita ieri la fase delle alleanze ed è cominciata quella della leadership di squadra. L'atteggiamento fiducioso di Trump nelle sue stesse abilità rafforza un nuovo genere di leadership, sconosciuto alla tradizione repubblicana ma simile a quello della corte dorata di «Camelot» del democratico John Fitzgerald Kennedy nei primi Sessanta. Di Tillerson il presidente ha detto: «Non poteva andare: abbiamo due diversi modi di ragionare». E ha insistito invece sulla necessità di un'intesa mentale con i collaboratori in vista dell'incontro con il nordcoreano Kim Jong-un al quale vuole offrire molte carote dopo averlo minacciato con un nodoso bastone. Se la partita con Kim Jong-un andrà in porto, Trump avrà vinto una posizione di forza con la Cina, con le due Coree e in prospettiva anche con il Giappone.

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