Dal volo all'aerodanza: vita, velocità e opere delle "donne futuriste"

Dal volo all'aerodanza: vita, velocità e opere delle donne futuriste
30 Marzo Mar 2018 23 giorni fa

In mostra al Man dipinti, oggetti, documenti e foto del lato più inedito del movimento

Oltre alla guerra, i futuristi volevano glorificare anche «il disprezzo della donna», come dichiara il Manifesto del 1909. Però donne come Benedetta (nata Cappa, sposata Marinetti), Marisa Mori, Barbara, Valentine de Saint-Point, Rosa Rosà o Carla Badiali di questa dichiarazione d'intenti hanno tenuto poco conto. Erano impegnate a essere le «donne futuriste», una generazione che rifiutava l'ideale romantico e ottocentesco in nome di una femminilità diversa, energica, tostissima: donne che pilotavano aerei, ballavano, dipingevano, scrivevano, proclamavano (come nel Manifeste de la Femme futuriste, del 1912 e nel Manifesto della lussuria, del 1913), usavano il loro corpo per creare delle performance (vere antesignane dell'arte contemporanea), amavano la velocità, i paesaggi visti dall'alto, le parole in libertà, i grafismi e perfino qualche scazzottata, se capitava...

Queste donne, non proprio conosciutissime al pubblico a differenza dei colleghi e a volte mariti, oggi sono celebrate da una mostra al Museo Man di Nuoro: L'elica e la luce. Le futuriste. 1912-1944 (fino al 10 giugno), a cura di Chiara Gatti e Raffaella Resch (Elica e Luce erano, fra l'altro, i nomi delle figlie di Balla, vissute quasi da recluse nella casa di via Oslavia a Roma; soprattutto Lucia-Luce si dedicherà all'arte applicata, in particolare con ricami, arazzi, tappeti e meravigliosi disegni di cartoline).

Al Man insomma va in scena un aspetto abbastanza inedito della storia dell'arte e del futurismo, che raccoglie l'eredità ideale della storica, prima mostra curata da Lea Vergine nel 1980 e dedicata a L'altra metà dell'avanguardia. 1910-40, focalizzandosi su un filone di quelle sperimentatrici del primo '900. In mostra, circa centoventi opere: dipinti, sculture, tessuti, oggetti, documenti, romanzi, manifesti; c'è anche il primo film futurista, Velocità di Tina Cordero (1930), restaurato e proiettato per l'occasione. Le donne del futurismo ci sono «praticamente tutte», come spiega la curatrice Chiara Gatti: «Abbiamo fatto un lavoro di indagine nei musei, ma soprattutto negli archivi privati e familiari. Tante di loro non avevano una bibliografia ricca e meriterebbero di essere studiate di più: Benedetta e Regina sono note, ma ci sono per esempio Rosita Lojacono, o Bice Lazzari, una astrattista meravigliosa, molto raffinata, o Adriana Bisi Fabbri, che ha avuto solo una mostra a Milano qualche anno fa, o un personaggio affascinante come Carla Badiali, che appartiene al razionalismo comasco». È proprio Carla Badiali che, ormai anziana, sintetizzò la sua vita in chiave estetica: «Per avere successo avrei potuto dipingere tanti bei fiori. Ma non l'ho fatto e non ne ho mai avuto la tentazione». Nelle opere delle futuriste, di fiori se ne vedono pochi: ci sono le grandi «aeropitture» di Barbara (nome d'arte di Olga Biglieri Scurto), quadri immensi ispirati alle sue stesse esperienze di volo; due capolavori di Benedetta come Ritmi di rocce e mare e Cime arse di solitudine, «paesaggi cosmici» ispirati dalle trasvolate oceaniche in compagnia di Marinetti; la Sintesi dell'isola d'Elba di Marisa Mori, una scultura in gesso concepita per la scenografia di un'opera teatrale, quasi «roteante» e ispirata a Boccioni; le opere astratte di Carla Badiali; I sette peccati capitali di Adriana Bisi Fabbri, cugina di Boccioni; le sculture di latta di Regina (il cognome era Cassolo e sposò Luigi Bracchi, pittore classicissimo), esempio della polimatericità che è una delle caratteristiche della corrente, come si vede anche nelle creazioni di Ruzena Zátková (amica di Benedetta, ebbe una storia d'amore importante con uno dei cinque fratelli di lei, Arturo Cappa), che mescolava il metallo, il colore e carte diverse con effetti prospettici; il romanzo futurista di Rosa Rosà La donna con le tre anime («scomposizione» in tre di una signora); gli arazzi di Luce Balla; una collana della veneziana Bice Lazzari in stile Bauhaus; le fotografie dello spettacolo di «aerodanza» di Giannina Censi, protagonista nel 1931 di esibizioni teatrali leggendarie, quelle della tournée futurista della Simultanina di Marinetti e quella milanese alla Galleria Pesaro, quando danzò avvolta in un costumino argento in latex, disegnato da Prampolini, riproducendo con il suo corpo le posizioni degli aeroplani. Un tratto comune a tutte queste artiste - spiega Chiara Gatti - è proprio «il metterci il corpo, lo sperimentare le cose sulla loro pelle: il corpo è essenziale, all'interno di temi condivisi con i maschi».

Quanto ai maschi, appunto, oltre ai Manifesti firmati da Valentine de Saint-Point c'è anche la Spicologia di un uomo di Benedetta, che fissò con gli spilli (anziché con la psicologia...) i punti deboli del futurista per eccellenza, che la adorava (ricambiato).

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