Che incubo quando si vuole annullare l'Io in nome di un "Noi"

Che incubo quando si vuole annullare l'Io in nome di un Noi
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31 Marzo Mar 2018 31 marzo 2018

Ecco, il romanzo Noi di Evgenij Zamjatin (1884-1937), che oggi è un classico, non è propriamente un libro facile. Anzi, all'inizio, diciamo pure le prime cinquanta pagine, è quasi ostico. Non è un romanzo che si legge - grazie a Dio - «tutto d'un fiato» (di solito sono i peggiori, comunque i più inutili). No. Noi è una torre che si sale per giorni, anche arrancando. Ma, come sempre accade quando si conquista una cima, beh... Quello che si vede una volta arrivati lassù è qualcosa di speciale.

E da lassù si vede una delle prime (in ordine di tempo) e più alte (per qualità narrativa) rappresentazioni del totalitarismo politico e della disumanizzazione nell'Unione sovietica schiacciata sotto il tallone di Stalin. La fascetta da appiccicare sul libro è del tipo: «La più lucida anti-utopia della letteratura novecentesca».

Comunque, l'impresa merita. L'occasione è una nuova edizione tascabile del romanzo (Evgenij Zamjátin, Noi, Mondadori, pagg. 232, euro 12). La traduzione è di Alessandro Niero, che ha giusto ritoccato quella del 2013 per Voland e che qui firma una bella introduzione in cui aggiorna l'attualizzazione del libro ai tempi dello «strapotere internetico»: «L'invasività dei mezzi di controllo preconizzata dallo scrittore quasi cento anni fa rimane prepotentemente viva oggi, specie se coniugata con la lobotomia, non dirò televisiva, ma più genericamente da schermo, a cui tutti siamo sottoposti» (e volendo si può aggiungere, ancora più recente, l'uso incontrollato dei dati personali in Rete e lo scandalo Cambridge Analytica che ha travolto la politica occidentale).

E torniamo al romanzo. Scritto tra il 1919 e il 1921, subito censurato, pubblicato in inglese nel 1924 (e in Russia solo nel 1988, mentre Zamjatin muore in esilio a Parigi nel '37), Noi è scritto in forma di diario. Ambientato in un lontanissimo futuro, alla fine del terzo millennio, racconta la non-vita in un'immensa città di vetro e di acciaio dello Stato Unico in cui gli individui non hanno nome, ma solo identificazioni alfanumeriche, non hanno privacy (anche il sesso è programmato secondo rigide tabelle burocratiche) e vivono nell'unico culto di un invisibile Benefattore che garantisce a tutti un felicità «matematica». Fino a che un «numero» - l'ingegnere D-503 che sovrintende alla costruzione della nave spaziale Integrale che deve esportare la perfezione dello Stato Unico nell'universo - si ricorda, grazie all'amore per una donna, di essere un Uomo. Felicità e libertà non coincidono. In mezzo c'è solo la rivoluzione.

Rivoluzionario, profetico e antesignano di un genere («Mi interessano i libri di questo tipo. Prendo appunti. Prima o poi potrei scriverne uno anch'io», lasciò scritto George Orwell dopo averlo letto...), il romanzo di Zamjatin è anche una buona lettura per chi crede ancora in un sano individualismo di fronte al pensiero unico del Partito o delle Società in cui «tutti valgono uguali». Non sempre è bene che tanti «Io» facciano un Noi.

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