Macché "bimbiminkia". I giovani parlano bene

Macché bimbiminkia. I giovani parlano bene
6 Aprile Apr 2018 06 aprile 2018

Non più bimbiminkia: resistono i gerghi delle "tribù", ma molti tengono vivi i dialetti o usano un italiano impeccabile

Vivaci, intelligenti, creativi. Sono i giovani e giovanissimi di tutta Italia che abbiamo intervistato in occasione del festival della Lingua italiana di Siena, Parole in cammino (6-8 aprile. Alcuni si esprimono nei gerghi delle tribù cui appartengono, molti attingono ai loro dialetti e ce ne sono perfino di quelli che pretendono, da sé e dagli altri, l'uso di un italiano impeccabile. Quando, addirittura, non aulico.

Si chiama Andrea, è uno studente romano di 18 anni e si smarca senza problemi dallo slang giovanile. Dice anzi di aborrire le parole ed espressioni gergali che vede usare di norma dai suoi compagni, comprese quelle più schiettamente romanesche. Saluta un amico stretto con "Salve!" (altro che "Bella!", o "Bella zi'!"), e quando si prende una cotta per una ragazza, mentre i suoi coetanei stanno "appesi male", stanno "in fissa" o "stanno sotto" (i giovani toscani direbbero si sono presi "una svaga"), lui s'infatua o s'invaghisce e alla fine, se decide di lasciare la sua lei, recide un po' impietosamente i rapporti. Per Andrea una relazione sentimentale poco importante è frivola, la sua ragazza è la sua compagna o la sua coniuge, una persona dal carattere bonario è serafica, chi si vanta di qualcosa che non ha fatto è un millantatore. Molto spesso i suoi amici non lo capiscono, ammette. Marinare la scuola? Se a Roma è "pisciare" o "fare sega", per lui è eludere la giornata scolastica. In Toscana sarebbe "bigiare", "fare salatino", "fare forca" (o "si buca", oppure "si bosca": come dire "'imboschiamoci"), o "fare salina" (come in Umbria) o ancora "si brucia" (come in Veneto). In Sardegna chi marina "fa vela", oppure "grisa" o ancora "pacca", e in Sicilia "fa calia" (o "calia la scuola"); nel Salento resiste il vecchio "nargiare", ma se ti sposti nel nord della Puglia senti dire "fare filone" o "fare fruscio"; in Liguria la scuola "si salta" (o "si forca"), in Piemonte "si taglia", in Lombardia "si bigia" (a Milano), "si scavalla" o "si sala". E sono soltanto alcuni degli esempi fattibili, anche per le città e le regioni elencate.

"al-gg mand xf,snsnz?è imp.Xilaryan90:si,m va inc, ma t disp se l pò t copio?Xk frs porto 1 magl knDUNK!Rx! Xstefy:av scrittoA meXpadova? Se s m vaDinc!Rx!lleDunk". È uno dei tanti messaggi che un po' di anni fa comparivano in sovrimpressione su Trl, un programma musicale, trasmesso da MTV, molto seguito dagli adolescenti di allora. La gran parte dei ragazzi di oggi non scrive più così, e i più grandi bollano con bimbominkia chi ancora osa esibire, fra loro, le forme di un "essemmessese" selvaggio ormai giunto al tramonto. Per un fenomeno che muore, uno che resiste. È il "verlan", inversione della pronuncia semplificata di l'"envers". In Francia, dov'è conosciuto almeno dagli anni Trenta del secolo scorso (come gergo criminale), continua a mantenersi vivo grazie all'apporto di una varietà di francese giovanile, parlata nelle banlieues parigine (non solo dai figli degli immigrati), che mescola alle tipiche inversioni "verlaniane" voci di origine araba o zigana e interviene sull'intonazione del francese, modulandola su sonorità rap. Non pochi giovani rapper italiani, soprattutto del nord, seguono l'esempio dei loro cugini transalpini. Nel 2008 Tiziano Ferro cantava "Ti do questa notizia in conclusione: / notizia è l'anagramma del mio nome" (Indietro); nel 2017 Nerone Feat, un rapper milanese, ha lanciato un motivo dal titolo "La Miaccade llade Scacru" che è un anagramma (la soluzione: "L'Accademia della Crusca"), le cui regole sono applicate all'intero testo della canzone. Alcuni giovani di Trieste, di Milano e di Torino, se gli chiedi qual è l'origine di "scialla" (l'abbiamo fatto), ti rispondono sicuri "e (l)lascia". Un'ipotesi, l'inversione sillabica, che formulai io stesso qualche anno fa: per una parola, proveniente dall'Italia settentrionale e poi diffusasi tra i giovani dell'intera penisola, dall'etimo misterioso. I giovani romani, ancora ben rappresentati da Fabrizio Scicchitano, l'adolescente protagonista di un bel film di Francesco Bruni di qualche anno fa (Scialla! Stai sereno, 2011), si sono però qui un po' evoluti. Per alcuni di loro dire tranquillo è dire "sciallo"; una parola condivisa dai giovani sardi, consapevoli di averla importata da Roma. Quegli stessi giovani che, ai truzzi e ai tamarri, per riferirsi a chi si esprime, si veste, si comporta in modo grossolano o volgare, reagiscono coi "gaggi" e coi "gaurri". Da loro i "citti" e le "citte" toscane, fidanzatini e fidanzatine, diventano "pivelli" e "pivelle"; gli "strulli" e gli "sciaborditi", sempre di area toscana, per dire di chi è imbranato o "di coccio", scoppiettano nell'isola in "bromboli", "turrati" e "lolloni". E i giovani toscani non sono certo da meno. Il ragazzo che stai per lasciare, e lui magari nemmeno lo sa, è un uscente. E forse, chissà, c'è già un "entrante" in attesa.

Il Festival della Lingua italiana di Siena, Parole in cammino, 6-8 aprile è una tre giorni di incontri, con un centinaio di ospiti. Fra le iniziative, il progetto «Scatta l'italiano» sviluppato in collaborazione con l'editore Zanichelli e la riscrittura in tweet ed emoji dei primi 12 articoli della Costituzione italiana, contest nato in collaborazione con Twletteratura.

Tags

Commenti

Commenta anche tu