Simenon, nel "Fondo della bottiglia" c'è il senso di colpa

Simenon, nel Fondo della bottiglia c'è il senso di colpa
7 Aprile Apr 2018 07 aprile 2018

I panni sporchi si lavano in famiglia. Ma a volte gli scrittori li lavano scrivendo, soprattutto nel tentativo di purificare se stessi, di togliersi di dosso rimpianti e sensi di colpa

I panni sporchi si lavano in famiglia. Ma a volte gli scrittori li lavano scrivendo, soprattutto nel tentativo di purificare se stessi, di togliersi di dosso rimpianti e sensi di colpa. È il caso di Georges Simenon che in soli sei mesi, dal marzo all'agosto del 1948, «pulì» con due romanzi la macchia del suo fratello minore Christian, il cocco di mamma Henriette.

Christian aveva aderito, durante l'occupazione nazista del Belgio, al Partito Rexista di Léon Degrelle, macchiandosi, appunto, del massacro di Courcelles, nell'agosto del '44. Un «fatto di gioventù», minimizzò Georges in una lettera ad André Gide ma... C'è sempre un «ma», nella vita dello scrittore, ed è della stessa natura di quelli che troviamo nelle sue opere, dove le persone non sono mai del tutto come appaiono. Il «ma» più ingombrante, questa volta, era maman. La quale ordinò a Georges di trovare una via di fuga per Christian, condannato a morte in contumacia, nel giugno '45, dal Consiglio di guerra di Charleroi. Un suggerimento, una «copertura» forse nemmeno troppo convinta: ci sarebbe la Legione straniera, perché no? Così Christian scampò al boia. Ma per soli due anni alla morte: cadde nella guerra d'Indocina, il 31 ottobre '47.

Due anni prima, il suo fratellone si era trasferito in America, prima in Canada e poi negli Stati Uniti. E del decennio americano i due romanzi cui accennavamo all'inizio, cioè La neve era sporca e Il fondo della bottiglia, sono quelli deputati a fare i conti con il passato. Se nel primo, steso nel marzo '48 a Tucson, in Arizona, tutto ruota intorno a un solo uomo, anzi a un ragazzo di nemmeno vent'anni, figlio della tenutaria di un bordello, che sotto l'occupazione straniera della sua città (belga?, olandese?, francese?) si dà al crimine, uccidendo senza motivo due persone in un delirio di autoaffermazione, viene catturato e detenuto in una scuola requisita dagli occupanti e infine, quasi fuori tempo massimo, è inutilmente redento dall'amore corrisposto, oltre ogni ragionevolezza, da una ragazza, nel secondo va in scena il tesissimo testa a testa tra due fratelli.

Il fondo della bottiglia (Adelphi, come il precedente, pagg. 176, euro 18, traduzione di Francesca Scala), dunque, scritto nell'agosto '48 ancora in Arizona, a Tumacacori, mette a tema in modo più radicale ed esplicito la contrapposizione fra un'esistenza ben allineata alle coordinate del vivere civile e del conseguente successo e un'altra stravolta da un tentato omicidio. Patrick Martin Ashbridge (moglie e amici lo chiamano P.M.) è un avvocato stimatissimo, ma stanco del tran tran fatto di serate alcoliche in casa dell'una o dell'altra famiglia e di un rapporto con la consorte ormai liso dalla consuetudine. Quando gli capita fra le mani la patata bollente, anzi ustionante del fratello Donald, appena evaso e in cerca di aiuto dall'unica persona che potrebbe darglielo, tutti i nodi vengono al pettine. Ma è il pavido borghese P.M. ad avere qualcosa, anzi molto da perdere, mentre l'altro, il suo contraltare «al nero», punta tutte le poche carte che gli sono rimaste su un gesto disperato. Sarà il «cattivo» a rimetterci?

Il finale è tutt'altro che «aperto», è una sentenza inappellabile come la morte. E forse il modo in cui Georges Simenon ha voluto prendersi la propria parte di colpa per il male commesso da altri...

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