Ma ora i soldi degli italiani rischiano la vittoria di Pirro

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10 Aprile Apr 2018 10 aprile 2018

Al fondo Usa basta trovare un altro 11% di voti. E così Telecom va verso la paralisi

La battaglia su Telecom, tra gli attuali soci di maggioranza, i francesi di Vivendi, e il fondo Usa attivista Elliott con al suo fianco Cdp, rischia di paralizzare la società per mesi. E di costare cara a tutti i suoi azionisti e pure agli italiani.

Ieri è stata una giornata importante, nella quale apparentemente il punto lo ha segnato Elliott. È vero che il fondo Usa dovrà probabilmente rinunciare a fare il ribaltone nell'asssemblea del 24 aprile. Ma il punto vinto è la posizione assunta da Assogestioni, che rappresenta gli investitori istituzionali italiani (stimati intorno a un potenziale 4-5% di voti in assemblea). Ebbene, Assogestioni, nella successiva assemblea del 4 maggio, non presenterà una lista per eleggere il prossimo cda di Telecom. E, così facendo, non ruberà voti a Elliott, in grado a questo punto di catalizzare sulla sua lista tutti i voti dei fondi d'investimento. Un bacino che, sulla base dell'ultima assemblea delle società, dove era presente il 59% del capitale, tolta la quota Vivendi (24,9%), quella potenziale di Elliott (13,7%) e di Cdp (5%) vale il 15%. Per vincere in assemblea, a Elliott basterà intercettarne l'11%. Non pochi. Ma ieri si è anche visto che due grandi «proxi» (i professonisti internazionali che danno indicazione ai fondi su come votare in assemblea) consigliano di votare per Elliott.

Dopodiché assisteremo probabilmente a una serie di ricorsi e controricorsi, richieste di annullamenti di delibere ed assemblee che manderanno in tilt la gestione di Tim. Dove, in ogni caso, resterà la forte presenza dei francesi nel capitale: difficile, in queste condizioni, immaginare grandi progetti per la rete in fibra (e per il Paese). O nelle alleanze tra contenuti, media e tlc. Per questo c'è da sperare che la presenza del governo (Cdp) nella partita, una volta decantati i caldi umori di queste ore e delle prossime assemblee, porti a una pacificazione.

O sarà la fine di Telecom, in un'operazione dove tutti perdono. Senza né buoni, né cattivi.Nella vicenda, i francesi guidati da Vincent Bolloré hanno sicuramente sbagliato molto, imponendo a una società quotata uomini e metodi da «padroni delle ferriere», e dimenticandosi della sicurezza nazionale (italiana). Forse confidando in appoggi politici che però, in questo momento storico, non valgono per nessuno. Ma in questi ultimi giorni abbiamo assistito a una reazione «nazionale» che, pur essendo improvvisamente gradita all'intero arco costituzionale, ha anch'essa poco a che vedere con il mercato. Basti pensare all'intervento pubblico di Cdp o al suo conflitto d'interesse (controlla al 50% il concorrente di Telecom (Open Fiber) nella rete. Fino alla posizione di neutralità di Assogestioni, del tutto irrituale.

Per questo, nell'interesse realmente nazionale, ora serve qualche passo indietro.

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