Italia divisa dal fisco Roma, Torino e Napoli le città più tartassate

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15 Aprile Apr 2018 15 aprile 2018

Imposte locali: dove non conviene risiedere Nel Nord Est si risparmiano fino a 3mila euro

Roma Roma, Torino e Napoli oltre a condividere lo status di capitali, sia pure in tempi diversi, sono accomunate dal record delle tasse locali più alte. Mentre Venezia, altra ex capitale, è tra le città che non infieriscono sul contribuente.

Le giunte regionali e comunali delle prime tre città sono quelli che chiedono di più ai propri cittadini. Difficile sostenere che ci sia una relazione diretta con il livello dei servizi, soprattutto se si considera che in testa a tutte le classifiche della pressione fiscale si piazza il Lazio.

Il fisco locale è finito negli ultimi giorni sotto i riflettori del Consiglio nazionale dei commercialisti e di Unimpresa. Un'emergenza (è noto che la pressione fiscale negli ultimi anni sia aumentata soprattutto a causa di addizionali, aliquote della patrimoniale sugli immobili e imposta regionale sulle imprese) che il prossimo governo non potrà ignorare.

Dalla Mappa del fisco locale stilata dal Centro studi di Unimpresa emerge che Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Ancona e Campobasso sono le città «più tassate» d'Italia. Tre dei quattro tributi locali presi in considerazione dall'unione delle piccole imprese in queste città sono ai livelli massimi. Nel dettaglio Roma guadagna lo scettro del fisco più pesante grazie a tre aliquote: il 4,82% di Irap, il 4,23% di addizionali Irpef, l'1,06% di Imu. Torino con il 4,13% di addizionali Irpef, l'1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi. A Napoli si paga il 4,97% di Irap, l'1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi.

Nella parte intermedia, cioè tra le città che applicano due aliquote record, ci sono Firenze per l'Imu all'1,06% e la Tasi allo 0,33%, Palermo per l'Irap al 4,82% e l'Imu all'1,06%, Perugia per l'Imu all'1,06% e la Tasi allo 0,33%.

Tra le città che se la cavano meglio c'è Milano con un solo punto per l'Imu all'1,06%. Zero punti solo a Venezia che è l'unica città, secondo il centro studi di Unimpresa, dove il prelievo è sempre sotto le soglie più alte: nel capoluogo della regione Veneto fisco leggero perché si paga il 3,90% di Irap, il 2,03% di addizionali Irpef (1,23% regionale e 0,80% comunale), lo 0,81% di Imu e lo 0,29% di Tasi.

Nei giorni sorsi il Centro studi del Consiglio nazionale dei commercialisti ha incrociato i dati delle dichiarazioni dei redditi e i modelli Cud presentati nel 2017, quindi sui redditi del 2016, per calcolare il prelievo medio dell'addizionali regionali e comunali Irpef, che rappresentano da sole il 10% del prelievo sui redditi delle famiglie (156 i miliardi di Irpef dovuta, 12 quelli dovuti per l'addizionale regionale, 4,8 quelli per l'addizionale comunale).

L'addizionale regionale più cara è appunto quella del lazio. Per un reddito medio di 36 mila euro è di 849 euro. Segue il Molise (789 euro), la Campania (731 euro) e Piemonte (740 euro), mentre quelle meno care si pagano nel Nord Est ed in Sardegna. Il Friuli Venezia Giulia è la regione con le addizionali Irpef più basse (363 euro).

Le differenze si sentono ancora di più tra i contribuenti più ricchi, i 450 mila che dichiarano più di 100 mila euro all'anno. Uno su quattro, cioè quelli che abitano nel Lazio e nel Piemonte, arrivano a pagare 3.000 euro in più dei pari reddito friulani o sardi. Si va da 5.100 euro del Lazio ai 1.900 euro del Friuli.

Si parla solo di una parte della tassazione, quindi per ora non ci saranno migrazioni di contribuenti da una regione all'altra. Però, ha osservato il Presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili Massimo Miani, se queste differenze dovessero aumentare la variabile fisco locale diventerà un «fattore tutt'altro che trascurabile» per una bella fetta di contribuenti.

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