Vamp, svampita, svanita. Morta Isabella Biagini l'autoironia del varietà

Vamp, svampita, svanita. Morta Isabella Biagini l'autoironia del varietà
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15 Aprile Apr 2018 15 aprile 2018

La lanciò Antonioni, la consacrò la tv più popolare. La tragica parabola dell'"oca giuliva" di talento

Con quell'aria un po' così, Isabella Biagini avrebbe potuto conquistare chiunque. Con quel carattere lì, però, aveva raccolto tanti disastri perdendosi poi tra le macerie. Sono i due estremi di una storia d'altri tempi, quella dell'attrice popolana e talentuosa che il destino non s'è mai sognata di premiare. E dire che l'aveva scoperta addirittura Michelangelo Antonioni a 12 anni, nel 1955, chiamandola nel cast del film Le amiche perché era un talento naturale e anche un po' innaturale, tanto le sue stramberie erano imprevedibili, ruspanti, tenere.

Era nata Concetta, nella Roma più insanguinata, tre mesi dopo l'8 settembre e quattro mesi prima delle Fosse Ardeatine, e superò quelle boccate di dolore prendendo subito quell'atteggiamento svagato e stravagante che per decenni è stato il suo antidoto alla solitudine. Anche da ragazzina, dicono, era un punto di colore in una città ingrigita dalle tragedie e dalla fame quasi cercasse nell'enfasi degli abiti accesi o dei trucchi pesanti la ricetta per stare meglio. Quando poi fece un provino da annunciatrice per la Rai, era così eccentrica e irresistibile che il giorno successivo le fu subito affidato un ruolo comico, facendole iniziare una carriera che neppure lei si sarebbe aspettata.

Se ne è andata ieri, all'Antea Hospice a Santa Maria della Pietà, a Roma, dove era stata trasferita da qualche tempo, portandosi dietro le ferite di una ischemia, di una vita travagliata e soprattutto della perdita di Monica, sua figlia, morta vent'anni fa. Difficile per una mamma sopravvivere alla scomparsa di un figlio. Impossibile per lei, la bellissima Isabella che negli anni Sessanta e Settanta fu l'«oca giuliva» preferita da televisione e cinema, la biondona procace e svampita che le commedie all'italiana non smettevano di rincorrere e che la Rai chiamava puntualmente di fianco ai propri divi. In Non cantare, spara del 1968 era con il Quartetto Cetra. Pippo Franco, Christian De Sica, Leopoldo Mastelloni e Loredana Bertè se la trovarono in Bambole, non c'è una lira del 1977. In C'era una volta Roma, che era una sorta di apripista del «Bagaglino», divideva la scena con Oreste Lionello, Pippo Franco, Bombolo, Gianfranco D'Angelo e Laura Troschel. In Tv Story era la star con Walter Chiari. Al cinema l'hanno cercata Salce, Steno, Corbucci (nel significativo Boccaccio del 1972), Tinto Brass per Capriccio, poi Renzo Arbore, Antonello Fassari e persino Gillo Pontecorvo. Insomma, per due decenni abbondanti Isabella Biagini ha avuto un ruolo sicuro e riconoscibile nello spettacolo italiano, quello (si direbbe oggi) dell'icona sessuale che stuzzicava lo spettatore senza scatenare le spettatrici.

Era in poche parole, la bellezza da fumetto, una sorta di Jessica Rabbit de noantri, il paradigma della biondona che si fa guardare da lontano perché vive in una dimensione parallela alla normalità. In più, aveva la duttilità istrionica di chi era cresciuta davanti al pubblico impietoso dei piccoli locali d'avanspettacolo, era autoironica e sapeva imitare così bene che la «sua» Mina resta tuttora la migliore.

Poi però i tempi sono cambiati, negli anni Ottanta l'autoironia svagata non poteva più far rima con bellezza (le bionde potevano essere solo patinate) e Isabella Biagini ha iniziato a vagare nella depressione inanellando, dopo due matrimoni falliti, un amore tormentato dietro l'altro e sparendo con drammatica rapidità dal mirino del successo. Era diventata, ovviamente senza volerlo, il simbolo di un'epoca passata al punto che, quando si presentò ad Agenzia Matrimoniale di Marta Flavi nel 1992 (programma che la vestiva alla perfezione), fu accusata di volersi fare soltanto pubblicità. Da lì in avanti un buco nero iniziò a ingoiarsi la sua vita e la consegnò chiavi in mano al declino psicologico consumato nel silenzio della solitudine. Viveva, come disse a Barbara D'Urso a Pomeriggio Cinque, con 700 euro di pensione, fu sfrattata, visse in auto con il proprio cagnolino, un'altra abitazione andò a fuoco, fu investita per la strada, si trasferì infine nell'albergo dove a novembre l'ischemia l'ha definitivamente sfregiata.

Circa un mese fa la D'Urso ha provato a cercarla, ma senza risultati («È stata artista per tutta la vita», ha commentato ieri pomeriggio su Instagram). Isabella Biagini stava avvicinandosi forse per la prima volta alla serenità, lei sempre così caciarona e variopinta e tumultuosa, ed è stata irraggiungibile fino alla fine, fino a ieri mattina alle 8.52 quando ha spento in pace settantaquattro anni di guerre, di dolori, di tanti entusiasmi e molte più inguaribili solitudini.

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