Il "Figlio perduto" di Mussolini visto da un "esule"

Il Figlio perduto di Mussolini visto da un esule
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17 Aprile Apr 2018 17 aprile 2018

Il figlio perduto è il primo romanzo in italiano di Alessandro Gallenzi, che narra la storia di Benito Albino Dalser, figlio presunto di Mussolini

Il figlio perduto è il primo romanzo in italiano di Alessandro Gallenzi. In inglese ne ha già scritti tre (il primo, Bestseller, sul mondo editoriale britannico, è del 2010), oltre a un libro di poesie e uno per ragazzi; perché, dopo essersi trasferito a Londra nel 1997 con la (di lì a un anno) moglie Elisabetta Minervini e il sogno di fondare una casa editrice, gli era venuto «il prurito di scrivere un romanzo in inglese». Poi, tre anni e mezzo fa - racconta - si è appassionato alla storia di Benito Albino Dalser, figlio presunto di Mussolini: «Una vicenda ambientata in Italia e molto legata all'Italia: così sono tornato alle radici e alla mia lingua. Forse la cosa che mi manca di più, qui in Inghilterra, è proprio la lingua italiana». E così Gallenzi ha scritto Il figlio perduto, in libreria da oggi per Rizzoli (pagg. 376, euro 19,50): il narratore è Giuseppe, «ospite» dal 1933, come Benito Albino, del manicomio di Mombello, vicino a Monza. Il primo, ricoverato nel padiglione Tranquilli, è un personaggio inventato; il secondo, che finisce fra gli Agitati, no. «Sono stato fortunato, perché le carte di Luigi Lugiato, il direttore di Mombello in quegli anni, sono on line; Fabrizio Laurenti mi ha dato accesso a tutto il lavoro di archivio per il documentario da lui realizzato. Ma il primo a farmi appassionare è stato Roberto Olla, che ha pubblicato per noi un saggio su Mussolini e le sue donne».

Già, perché nel suo ventennio Oltremanica Gallenzi ha realizzato il suo sogno: creare una casa editrice. Prima ha lavorato per il Jordan Books Center, esportatore libri di testo e classici in Medio oriente; poi nel 2001 ha convinto il datore di lavoro a investire nella Hesperus Press: «Una idea molto semplice: libri brevi, entro le cento pagine, di scrittori famosi, mai tradotti o mai pubblicati. Per esempio ho tradotto Una burla riuscita di Svevo, o L'apologia di Lorenzino de' Medici, che cito nel romanzo». Però la Hesperus Press non era soltanto sua, così nel 2005 l'ha lasciata per fondare Alma, con la moglie: «Il primo libro, The English Harem di Anthony McCarten, è stato un piccolo bestseller, 25mila copie, anche grazie al film sulla Bbc. Siamo stati fortunati. Poi ci sono stati Tom McCarthy e Colson Whitehead, e abbiamo avuto il nostro primo numero uno in classifica, Verso l'infinito di Jane Hawking, da cui hanno tratto il film La teoria del tutto: oltre 200mila copie vendute. Nel 2007 poi abbiamo comprato, per una cifra simbolica, la lista Calder da John Calder, editore storico di Beckett, Duras, Ionesco, Burroughs, Queneau... Così abbiamo lanciato la linea dei Classici, che oggi è il nostro filone principale». Anche se il primo amore (e il primo mestiere) di Gallenzi è la traduzione, che gli è valsa un premio per la sua versione del Ratto del ricciolo di Alexander Pope (Adelphi): «Ho impiegato sette anni. Un lavoro di pura passione, in tutti i sensi... Mi ha dato la spinta per andare avanti con la traduzione: ho lavorato a due libri di Auden e a un altro di Pope; ora sto traducendo le lettere di Keats e, in mezzo, ho tradotto anche Yates». Gallenzi e la moglie vivono a Richmond, come, un secolo fa, Leonard e Virginia Woolf: «Avevamo gli uffici di Alma proprio al primo piano della loro casa, dove c'era la Hogarth Press. Poi le autorità hanno dato il permesso di costruire due appartamenti di lusso e ci siamo dovuti trasferire. Ho tradotto anche Casa Carlyle di Virginia Woolf, per Mondadori». Per uno che si sente ancora un «figlio perduto» dell'Italia, non così male...

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