Le spie venute dal cinema. Da Mata Hari a Bond tutti i segreti degli 007

Le spie venute dal cinema. Da Mata Hari a Bond tutti i segreti degli 007
29 Aprile Apr 2018 27 giorni fa

Una "Guida" spiega come si è modificata la figura dell'"agente" in un secolo di film

Un genere che si nutre di tanti generi, soprattutto del mistery, ossia il nostro giallo, ma che affonda le radici nel cinema più popolare. Perché i canovacci di quasi tutte le «spy story» prevedono spesso «la lotta tra i buoni, convenzionalmente agenti di una potenza democratica con la famosa licenza di uccidere e i cattivi che sono agenti di potenze nemiche o comunque autoritarie o, più recentemente, pazzi e terroristi che agiscono come cani sciolti». Così definisce il genere, che tanto ha inciso nella storia del cinema e della letteratura, Stefano Di Marino nel suo documentatissimo volumone di 512 pagine, Guida al cinema di spionaggio, appena uscito da Odoya edizioni (16 euro).

Il cinema di spionaggio ha una storia antica, ma è entrato nell'immaginario collettivo con la figura di James Bond, lo 007 che il suo padre letterario, Ian Fleming, avrebbe voluto fosse interpretato da attori sofisticati e british come David Niven. Mentre il regista Terence Young, primo della serie, optò per il bel tenebroso Sean Connery, un po' come la scelta recente dell'attore Daniel Craig.

Sono 24 i titoli, dal 1962 a oggi (ma ci sono anche gli apocrifi), che hanno fatto entrare Bond di diritto nell'immaginario collettivo di molte generazioni, finendo per identificare con lui l'idea stessa dell'agente segreto, anche se il primo del suo genere è stato OSS 117 di Jean Bruce, del 1948. Ma - avverte l'autore del volume che analizza centinaia di film, oltre a vari filoni - «l'errore di molti è confondere il Bond dei romanzi, in cui era più noir, più violento e autodistruttivo, con quello dei film». Le biografie di Fleming (1908-64), che ha lavorato come agente dei servizi segreti, raccontano di un Bond alter ego dello scrittore: giocatore, amante delle belle donne, del fumo e dell'alcol. E per capire il suo spirito basta ricordare che sposò un'editrice e «scrisse il suo primo romanzo non più giovanissimo, nella sua villa in Giamaica, con una macchina da scrivere placcata d'oro».

Ah le donne, con la femme fatale sempre in agguato. Ha ragione Stefano Di Marino quando ricorda che, «forse più che in ogni altro genere, la figura femminile ha acquisito un ruolo dominante nella spy story sin dai suoi esordi». Certo, James Bond è stato accusato di maschilismo, ma è indubbio che piano piano, molto prima dei nostri tempi di «Time's Up» e #metoo, questo tipo di cinema ha dato un'immagine di donna sessualmente libera, volitiva e per questo molto pericolosa, come già nel 1931, quando Greta Garbo interpretò la famosa e vera spia-danzatrice Mata Hari dei primi del Novecento nell'omonimo film di George Fitzmaurice. Un inizio che non ha ancora una fine - nel mezzo c'è la Raquel Welch paracadutista di Fathom: bella, intrepida e spia - come dimostrano i recenti film dedicati a figure femminili dominanti, Charlize Theron in Atomica Bionda e Jennifer Lawrence in Red Sparrow. Ma, per dovere di cronaca, bisogna anche ricordare la divertente serie di film realizzati negli anni '90 dal fotografo di Playboy, Andy Sidaris, dove la trama spionistica è ridotta all'osso per mostrare le grazie di procaci e svestite conigliette.

Ma la spy story è stata anche all'avanguardia nella contaminazione con altri generi. Così, negli anni '70 della cosiddetta «blaxploitation», con le pellicole incentrate su eroi di colore, ecco arrivare Freeman - L'agente di Harlem con Dan Freeman (l'attore Lawrence Cook), un afroamericano che supera le prove di ammissione alla Cia non senza essere ostacolato dagli alti papaveri bianchi che nel cinema muscolare successivo sotto Reagan ritroveranno la loro forza.

A proposito di Cia, la spy story è ciò che più ha contribuito a parlare di questa agenzia attraverso tutti gli anni della Guerra Fredda, Watergate compreso, nutrendo anche il filone post-11 settembre, in cui viene spesso adombrata l'esistenza di una «Cia nella Cia», «che persegue, con il tacito consenso del governo, fini criminali per un non specificato bene del paese». Interessante anche il recente cinema statunitense di propaganda in cui l'Intelligence agisce addirittura contro i valorosi soldati come in Act of Valor di Scott Waugh del 2012 in cui, come nei successivi Lone Survivor di Peter Berg, Jarhead 2 di Don Michael Paul e Code Name: Geronimo di John Stock, l'apporto delle risorse dirette delle forze armate americane è l'aspetto predominante.

L'Italia latita quasi completamente nel genere, se si fa eccezione per uno dei tre episodi in bianco e nero diretto da Carlo Lizzani di La guerra segreta del 1965 oppure nel 2006 per In ascolto di Giacomo Martelli (sì, il figlio del politico Claudio) sul programma Echelon. Quasi più prolifiche le parodie con i due film dell'«Agente Tont» interpretato da Lando Buzzanca di Bruno Corbucci e Slalom di Luciano Salce, con Vittorio Gassman. Possibile che non riusciamo a prendere nulla sul serio?

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