Siamo tutti topi in gabbia: parola del dissidente Limonov

Siamo tutti topi in gabbia: parola del dissidente Limonov
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9 Maggio Mag 2018 09 maggio 2018

Nell'autobiografia lo scrittore russo racconta di Krys, la sua (ex) cavia che gli ricorda i compagni di cella: eccone un estratto, pubblicato per gentil concessione dell'editore Sandro Teti

Che ci crediate o meno, Krys aveva lo stesso odore del bucato appena tirato fuori dalla lavatrice e non strizzato a sufficienza. Come era possibile che sapesse di detersivo in polvere? Un topo dovrebbe puzzare di cantina o, nella migliore delle ipotesi, avere l'odore del suo habitat, la gabbia. Alla fine trovai una spiegazione plausibile: a Krys piaceva il sapone, e ogni volta che io mi distraevo, all'improvviso, il detersivo non si trovava più. Sapeva di sapone perché se lo mangiava! Non lo trascinava nella gabbia come avrebbe fatto uno stupido topo qualsiasi, lo nascondeva nell'appartamento, spesso sotto la rigida branda che si trovava nel mio studio. Più volte, l'avevo visto uscire rapido da lì sotto, ma non avevo sospettato nulla perché aveva sempre un'aria innocente. Quello che sembrava un sorriso indolente e cinico sembrava dirmi: «Sono un animale, me ne vado in giro per casa e ne ho tutto il diritto, perciò lasciami in pace!». Più avanti, trovai sotto il letto brandelli di sapone con incisi sopra i delicati solchi dei suoi denti. Krys non era quel tipo di topo che divora con avidità il sapone, mi sembrava che lo gustasse soavemente, proprio come i sommelier che si riempiono la bocca affinché il vino raggiunga tutti i ricettori del gusto. Ah! Ah! avrà pensato Krys tra sé assaporando il gusto della vita. (...) Inizialmente il pelo di Krys era bianco, ma con il tempo gradualmente ingiallì. La mia amica-topo, ahimé, invecchiò molto rapidamente. Quando arrivò a casa mia, aveva poco più di due anni, e purtroppo i topi ne vivono al massimo tre o quattro, non di più. Veniva da una famiglia di cavie da laboratorio, ecco perché aveva il pelo bianco, e gli occhi di un rosso acceso, come d'altronde tutti i topi albini. Al buio e quando li colpiva il flash di una macchina fotografica sembravano ardere di un fuoco diabolico. Caratterialmente, Krys era invece un angelo con la coda. La coda, che molti ritengono ripugnante, in realtà non è altro che un normale e utile organo del corpo di un topo, come lo sono per gli uomini mani e piedi. Una volta, dopo essersi voltata verso di me con sguardo malandrino, si era prodotta in un volo acrobatico: stava curiosando sul tavolo della cucina, aveva fatto rotolare un uovo sotto il muso e, dopo averlo afferrato con le zampe anteriori, in un baleno si era capovolta sulla schiena. Dopo essersi agitata a lungo sul bordo del tavolo, all'improvviso cadde sul pavimento. Proprio la coda attenuò il volo, l'uovo non si ruppe (!) e lei, trionfante, lo trascinò fino all'ingresso della gabbia. Proprio così! E, orgogliosa della sua prodezza, si girò verso di me, e io la applaudii. Quando correvamo verso la stanza più grande dell'appartamento, io davanti e lei dietro, teneva la coda parallela al pavimento, sollevata di quanto le permettesse la sua minuta statura. Era buffa. Mi imitava. Faceva le curve che facevo io. Quel comportamento mi fece tornare in mente i compagni di cella del terzo braccio del carcere di Saratov. Durante l'ora d'aria, in quegli ampi cortili che rimarranno così anche per le future generazioni di carcerati, appena arrivato, facevo jogging lungo il perimetro delle mura. Col tempo, si unirono a me i giovani compagni della mia cella e a volte, miracolosamente, persino Igor', il detenuto responsabile di quel braccio di carcere. Guardando indietro, li rivedevo ansimare, e le loro vecchie ciabatte ricalcare con affanno i miei passi. (...)

Krys è morta un anno dopo mio padre, e tre anni prima di mia madre. (...) Morì di notte. E io non mi accorsi di nulla. Al mattino, trovai il suo corpo allungato, già freddo, in un angolo della gabbia. Era il 10 marzo 2005. Quel giorno non trovai il tempo per seppellirla poiché avevo un appuntamento di lavoro. Rientrato a casa, presi una scatola argentata, ci misi dell'ovatta, deposi all'interno la mia amica Krys mettendole l'ovatta sotto la testa, come se fosse un cuscino, poi tagliai una vecchia ghirlanda che usavo per addobbare l'albero di Natale e gliela misi intorno ai fianchi. Finalmente chiusi la scatola. Avrei voluto riporla nel frigorifero, ma poi pensai che avrei offeso la sua dignità. Fuori il freddo era pungente, eravamo a 15 sotto zero, perciò aprii la decrepita finestra della cucina e appoggiai la scatola sul davanzale. Rimase lì per due giorni poiché io e le mie guardie del corpo eravamo presi da impegni del partito che non potevamo rimandare. La mattina del terzo giorno chiesi alle mie guardie di aiutarmi a seppellire Krys. Avevo pensato alla riva opposta della Jauza, una zona abbandonata. «Non possiamo certo gettare una creatura con cui ho vissuto così intensamente per quasi due anni in un cassonetto dell'immondizia!» dissi. Diedi loro un'accetta, una pala e - non so perché - anche un cacciavite...

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