Il vero regno della cultura? La Repubblica delle lettere distrutta dagli illuministi

Il vero regno della cultura? La Repubblica delle lettere distrutta dagli illuministi
15 Maggio Mag 2018 15 maggio 2018

Il nuovo e dotto saggio di Marc Fumaroli racconta la storia di una secolare aristocrazia del sapere

Se oggi qualcuno mi venisse a parlare di una Repubblica delle Lettere in Italia gli riderei sulla faccia. Da noi ci vuol tutto che esista ancora una Repubblica, politicamente parlando, e quanto alle Lettere, temo che per molti esponenti della nuova classe dirigente la parola evochi qualcosa di sorpassato come buste e francobolli.

Anche in un Paese dove la considerazione sociale del libro, della lettura, della letteratura è ancora alta, voglio dire la Francia, Repubblica delle Lettere oggi suona come una espressione ampollosa o ironica per indicare il milieu letterario parigino, le centinaia di nuovi romanzi della rentrée, la spartizione dei premi. Da questa considerazione parte Marc Fumaroli, illustre studioso e professore del Collège de France, per riflettere invece con una mirabile ampiezza di orizzonti su cosa ha significato proprio la Repubblica delle Lettere nella storia e nello spirito dell'Europa, in un libro dottissimo che propone al lettore infinite scoperte (La Repubblica delle Lettere, Adelphi, pagg. 464, euro 32). Il primo a usare questa espressione fu nel Quindicesimo secolo Francesco Barbaro, patrizio veneziano, in una lettera al grande umanista Poggio Bracciolini, impegnato con fervore nella riscoperta di antichi manoscritti e in quella generale rivisitazione del mondo classico che portava fuori dai confini del Medioevo e creava i fondamenti dell'Europa moderna.

Per gli umanisti che si richiamavano a Petrarca come al primo che aveva rivolto la sua passione a far riemergere il tesoro disperso e sepolto della humanitas e urbanitas degli Antichi, la Repubblica delle Lettere è una società ideale che ha come riferimento il mondo classico, fatta di eguali, per lo più di nascita plebea o nobili di toga, una comunità di dotti invisibile agli uomini comuni, che coltiva un sapere che trascende la morte, le distanze, le divisioni politiche e religiose. Una società di uomini che si pensano né cives né sudditi, ma soggetti di un nuovo rapporto con se stessi, con gli altri e con la conoscenza e la verità. Stato nello Stato, o Stato sovranazionale, la Repubblica delle Lettere armonizza la respublica cristiana di Sant'Agostino «di cui è fondatore e governante Cristo» e la repubblica ideale di Platone e di Cicerone. Gli umanisti sono uniti in una rete sociale, ma quanto diversa da quella oggi creata dai mezzi elettronici: gli umanisti sono soggetti dello stesso livello culturale, altissimo, e la cui cooptazione avviene per merito, esattamente l'opposto di internet oggi, dove tutti possono accedere con eguale diritto di parola anche e soprattutto su ciò che non sanno. Ai padri fondatori, Petrarca, Boccaccio, Salutati, succedono Marsilio Ficino, il grande neoplatonico fiorentino, ricordato da Fumaroli come autore anche di un libro di medicina umanistica e astrologica, il De triplici vita, e poi i letterati Bracciolini, Valla, Poliziano, Bembo, Castiglione, Pontano, il libraio e stampatore Manuzio, sino a figure meno conosciute ma di cui Fumaroli traccia un affascinante ritratto come il provenzale Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, non scrittore o poeta in proprio ma «procuratore generale» e «mecenate» della Repubblica delle Lettere, con contatti che si diramano ovunque. Le sue capitali sono Firenze, Roma, Napoli, Venezia, Aix, Parigi, e infine Erasmo vi immette il suo animo nordico, più incline al libero esame e alla modernità teologica, letteraria e scientifica, con un contributo esemplare alla formazione dello spirito europeo.

Uno spirito elitario e aristocratico, che non ha niente a che vedere con il potere delle armi e dell'economia e che anzi si propone di mitigare i loro effetti guerrafondai e feroci attraverso l'arte, la ricerca, l'amicizia, la dolcezza del vivere. All'interno della Repubblica delle Lettere nascono le Accademie e le «allegorie generatrici» del Parnaso e dell'Arcadia, con i loro pastori musici e poeti, la passione per le Vite, da quelle di Plutarco a quelle di Diogene Laerzio e di Svetonio, per i salotti letterari, come quello della marchesa di Rambouillet, per le cronache di viaggio, come quella del Presidente De Brosses, geologo, filosofo, politico, economista, antropologo e moralista, che con le sue lettere dall'Italia rappresenta il canto del cigno di un mondo e di una società.

Con i Lumi e poi nel 1789 tutto cambierà radicalmente. La Repubblica delle Lettere affonderà in una Parigi affollata ormai di pubblicisti rivoluzionari, la dolcezza del vivere sarà insanguinata dalla ghigliottina, l'ideologia prenderà il posto della humanitas. Robespierre e Saint-Just usano un linguaggio nient'affatto popolare, ancora intriso della magnificenza di Cicerone e della maestà di Tacito, ma per sostenere le loro tesi sul dovere di annientare tutto ciò che esce fuori dall'ordine rivoluzionario, sentimenti, istinti, passioni fraterne: le ombre del totalitarismo e del terrore si spandono sull'Europa.

L'opzione aristocratica della Repubblica delle Lettere è tramontata per sempre. Se oggi uno ripetesse con Nicolas de Clairvaux che «l'uomo è diverso dalla bestia come il letterato dall'ignorante» sarebbe sommerso dalle proteste degli animalisti, forse, e certo di tutti quelli che ormai in massa ritengono l'ignoranza qualcosa di positivo, utile e «trendy», come direbbero loro.

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