La nuova sfida delle banche: liberare i debiti «incagliati»

La nuova sfida delle banche: liberare i debiti «incagliati»
16 Maggio Mag 2018 16 maggio 2018

Sono i cosiddetti Utp, che se non vengono sanati poi si trasformano in sofferenze. Ma servono gli specialisti

La nuova priorità per le banche italiane nel 2018? Gestire e smaltire le inadempienze probabili, quelli che nei bilanci vengono registrati come Utp, acronimo di «unlikely to pay». Ovvero i crediti di difficile riscossione, molto spesso garantiti da immobili, il cui grado di deterioramento è meno grave delle sofferenze. Secondo uno studio di Pwc, a fine 2017 ammontavano a 94 miliardi lordi. Che diventano 66 miliardi al netto delle rettifiche di valore, cioè delle svalutazioni. Più dei 64 miliardi di sofferenze nette, i famigerati non performing loans finiti nel mirino della Vigilanza europea. Proprio ieri nel suo rapporto sull'Europa il Fondo monetario internazionale guidato da Christine Lagarde scrive che «in Irlanda, Italia e Spagna, il recente miglioramento delle vendite di crediti non performanti è incoraggiante». Ma disinnescata una mina, se ne presenta un'altra, ovvero gli incagli che sono l'anticamera delle sofferenze. Per questo bisogna intervenire per tempo: l'azienda che non ha saldato il debito con la banca che la mette a bilancio come Utp è ancora viva, anche se zoppa. Insomma, per molte di queste imprese può esserci una soluzione mentre quelle i cui debiti sono finiti «in sofferenza» comportano per lo più recuperi sul piano legale e nei tribunali fallimentari. Non solo. Il 62,5% degli accordi di ristrutturazione firmati dalle banche sono ancora in alto mare dopo tre anni e dopo quattro anni il 40% è finito peggio, con il fallimento o la liquidazione del debitore.

La partita vede, dunque, coinvolti da una parte piccoli imprenditori lanciati in iniziative che hanno poi difficoltà a gestire quando la crisi morde e i margini diminuiscono e dall'altra gli istituti che vorrebbero riportare rapidamente a casa i prestiti concessi. La prima reazione è quella di chiudere i rubinetti del credito perchè molte banche non hanno dei team specializzati sulla base dei diversi settori industriali e non solo a livello territoriale. Con il rischio di creare un loop negativo: quando si blocca un cantiere non vengono onorati gli impegni presi con l'impresa di costruzioni, le famiglie perdono preliminare o caparra versati e restano senza casa e si crea anche un danno alla banca ha finanziato famiglie e impresa. Diventa, insomma, un problema di sistema.

«La differenza fra Utp e sofferenze è sostanziale: nel secondo caso solitamente l'intervento avviene con tecniche liquidatorie, si vendono asset e garanzie così come sono. Nel caso degli Utp, invece, parliamo di un rapporto vivo, ancora in essere. Il debitore c'è, sta lì in azienda e con lui si deve interagire anche per responsabilità sociale con il giusto supporto finanziario. Vanno comprese le capacità tecniche e manageriali affiancandole con una logica quasi consulenziale per far riemergere l'azienda», spiega Marco Raccah, direttore generale di Aurora Recovery Capital, che opera nel settore della ristrutturazione del debito, asset immobiliari e turnaround aziendale. Arec, con un portafoglio di oltre un miliardo, gestisce anche la piattaforma denominata «Sandokan», creata da Unicredit per amministrare un selezionato pool di prestiti garantiti dall'immobiliare con un orizzonte temporale di medio-lungo termine. «Mettiamo a disposizione le nostre competenze e conoscenze nell'ambito del real estate», spiega Raccah. Ma come si opera nel settore? «In Italia sono pochi i gestori specializzati in Utp, non è ancora un mercato maturo. Noi siamo tra i più rilevanti con una taglia media dei casi in gestione di 24,5 milioni. Sui singoli casi lavorano avvocati, urbanisti e ingegneri insieme a quelli che noi chiamiamo relationship manager, manager di relazione, perchè preferiamo un approccio di supporto. Salvare le imprese tutela il tessuto economico circostante ed evita altre crisi aziendali».

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