Pugno di ferro di Israele e sostegno occidentale: Hamas fa marcia indietro

Pugno di ferro di Israele e sostegno occidentale: Hamas fa marcia indietro
16 Maggio Mag 2018 16 maggio 2018

Scesi da 20mila a 400 i dimostranti al confine Altre due vittime, tra cui una neonata di 8 mesi

Ieri è stata in Israele una giornata di carta, la protesta si è trasformata in titoli di giornali eccitati in cui, mostrando una scarsissima comprensione dell'evento, veniva mostrata con scherno e disprezzo la dissonanza fra il sorriso di Ivanka Trump all'apertura dell'ambasciata americana a Gerusalemme e la violenza a Gaza trasformata nei titoli in lutto per la morte dei 60 palestinesi uccisi dai tiratori scelti israeliani a guardia di un confine preso d'assalto. Hamas ha avuto la sua festa di morte, come vuole la cultura degli Shahid, ormai sperimentata sulle migliaia di morti civili fra gli israeliani, e stavolta rovesciatasi sulla propria cinica scelta di mandare ad assalire il confine i propri compagni. Del resto Hamas ha esperienza anche nell'uccisione di palestinesi: lo ha fatto con gli uomini di Abu Mazen quando li ha scaraventava giù dai tetti durante la guerra per Gaza nel 2007.

Lunedì c'erano 20mila persone, ieri solo 400 lungo questa striscia di terra orlata da una parte dai kibbutz di Israele che sorgono lungo il filo spinato e quelle case in fondo, dove soffre sotto la sferza di Hamas una popolazione di due milioni di persone costretta a un regime islamista, militare, terrorista. Sotto questo regime vivono tuttavia donne, bambini, e vecchi stanchi della guerra: non importa, lunedì hanno ricevuto l'ordine di cercare di forare il confine. Ieri invece, hanno ricevuto quello di stare a casa, e per capire che cosa è successo occorre pensare a due ipotesi: o Hamas sente di aver vinto la battaglia dei media, e quindi si da una tregua da cui poi risorgerà coi suoi attacchi, oppure sente di aver perso (anche questo non vuol dire fine dello scontro) a causa della dura difesa del confine da parte israeliana e soprattutto dato lo scarso sostegno arabo e la pressante richiesta egiziana di tornare all'ordine. La gente cui manca il denaro per mangiare e che, se non ha scelto di diventare Shahid, probabilmente è rimasta scottata dal numero dei morti (ieri un uomo e anche una bimba di otto mesi). Non solo: ieri sera, con mossa misteriosa Hamas ha cominciato prima a ritirare i drappelli dei suoi guerriglieri, e poi ha ordinato a tutti di salire sugli autobus e lasciare la no-man-land.

Ieri è stato mostrato dall'esercito ai giornalisti un filmato che fa vedere come si sono svolte le manifestazioni: un gruppo di otto terroristi coperti dal fumo dei copertoni e dalla folla organizzata, arriva armato, sparando, quasi fino al recinto e là viene fermato dai soldati israeliani. Sono stati uccisi mentre carichi di esplosivo entravano in Israele. Fra i soldati chi è stato sul confine racconta che è dura vedere decine di migliaia di persone guidate da un gruppo terrorista che arma più persone possibili di bottiglie molotov, aquiloni fiammeggianti, coltelli, cesoie, pistole quando si tratta di militanti dell'organizzazione, che si precipitano coperti da gente normale. Devi fermarli, perché non si può lasciare che il confine, minacciato da un gruppo terrorista, venga violato: basta un gruppetto che possa sventolare la bandiera in territorio israeliano e l'eccitazione salirebbe alle stelle.

Hamas ha stupito tutti richiamando a casa i suoi: forse ha pesato il fatto che il gioco della «non violenza» e delle «marce popolari» che ha cercato di giocare non ha retto la sfida della furia popolare e la risposta israeliana. Israele ha subito riaperto il passaggio di Kerem Shalom con gli aiuti umanitari e il passaggio dei feriti, e anche gli egiziani hanno aperto dalla loro parte a Rafah. Nel West Bank dove si sono svolte ieri manifestazioni molto accese, si capisce che Hamas ha tuttavia in mano la fiaccola della lotta palestinese in questo momento e Fatah non vuole mandarla avanti. Hamas a sua volta forse cerca un miglior controllo: non vuole perdersi nel caos e teme anche l'esasperazione della gente. La sua gestione di Gaza ha perduto anche il sostegno di Abu Mazen.

Mentre la partecipazione è crollata, si può sperare in una ripresa di dialogo, di un focus migliore sul benessere di Gaza, che distolga dal virus del «martirio»: ma per fare questo, Hamas deve scendere dal suo podio, e invece l'informazione e la politica europea, contrariamente a quella americana che ne riconosce la responsabilità, come al solito, biasima Israele.

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