Smascherò i radical chic e li mandò all'inferno con i "marxisti rococò"

Smascherò i radical chic e li mandò all'inferno con i marxisti rococò
16 Maggio Mag 2018 10 giorni fa

Adorava l'America ma ne fustigava le derive, odiava le avanguardie e amava Balzac

Non aveva certo paura di esprimere opinioni controcorrente. E faceva paura ai suoi «nemici» e non solo per la sua sferzante ironia. Tom Wolfe era un conservatore che non si poteva liquidare come un nostalgico o il residuo di un'altra epoca. Infatti Tom Wolfe, da autentico fuoriclasse, arrivava con anni di anticipo su tutte le mode, specie culturali, che dagli Stati Uniti si diffondevano nel mondo.

Negli anni della contestazione, coniò il termine radical chic in occasione del reportage dall'attico newyorchese di Leonard Bernstein. Una grottesca raccolta fondi, in cui i milionari provavano un brivido di piacere nel finanziare le frange più violente delle Pantere nere. Radical chic dunque era la ricca borghesia che sposava le cause radicali specie degli «ultimi» della società. Senza giudicare nel merito se tali cause fossero meritevoli o folli. L'importante era sentirsi rivoluzionari, restando comodi nell'attico con vista su Central Park.

In campo artistico, Wolfe fu nemico giurato delle avanguardie. In Come si raggiunge il successo in arte teorizzò che si sarebbe arrivati al punto in cui le didascalie avrebbero superato le opere per importanza. L'arte contemporanea ha sempre bisogno di un critico che faccia da garante, la incarti e la porga al pubblico. In Maledetti architetti contestò il minimalismo e il cemento, il trionfo del bianco e del vetro sul colore e il calore. In letteratura stimava Balzac sopra ogni altro e imbastì uno scontro durato anni con John Updike, Norman Mailer e John Irving.

I suoi romanzi, bellissimi e criticatissimi, colgono sempre lo spirito dell'epoca, e lo fanno con ironia inimitabile. Il falò delle vanità inquadrava la razza nascente dello yuppie non ancora completamente senza scrupoli. Poi lo yuppie diventerà il Padrone dell'universo, ovvero l'esperto di finanza con una mazzetta di dollari al posto del cuore. E Tom Wolfe sarà ancora lì a registrare la nascita di questo nuovo e nocivo tipo umano.

Wolfe si era laureato con una tesi su Noi di Evgenij Zamjatin, scritto tra il 1919 e il 1921: la prima distopia sul mondo comunista. Il comunismo continuò a non piacergli ma detestava in generale la cultura importata dall'Europa decadente: lo strutturalismo e tutti gli altri -ismi che vi possono venire in mente. Preferiva la tradizione, senza essere cieco di fronte al nuovo. La crisi del sapere universitario ma anche della semplice educazione famigliare è fotografata senza pietà nel romanzo Io sono Charlotte Simmons. Nell'ultima sua prova nel campo della narrativa, Le ragioni del sangue, mostrò a cosa conduce la politica del multiculturalismo: alla frammentazione e infine alla esplosione della comunità. Attraversare i quartieri di Miami, racconta Wolfe, è come passare da piccola patria a piccola patria. Ne La bestia umana, Wolfe aveva descritto il pensiero e il lavoro dei neuroscienziati. Arrivò alla convinzione che non tutto era riconducibile alla pura materia: l'istinto che conduce a Dio è insopprimibile.

Nel frattempo il radical chic era cresciuto. Neanche il crollo del Muro fu sufficiente a bloccare l'evoluzione da radical chic a marxista rococò. Secondo il marxista rococò il potere andava consegnato nelle mani delle élite «davvero» democratiche (cioè post-comuniste) in virtù della loro autoproclamata superiorità morale. Il proletariato si era infatti rivelato una completa delusione: si rifiutava di prendere ordini e basta. Il marxista rococò continuava a fustigare la borghesia con un fumoso armamentario filosofico imbottito di citazioni da Jacques Derrida o Michel Foucault. Questa moda culturale, che considerava il linguaggio una forma di oppressione da smascherare, alla fine ci ha «regalato» il politicamente corretto, la convinzione che spostare l'attenzione dalla realtà alle parole sia la vera soluzione del problema.

Tom Wolfe: un conservatore non bigotto; un osservatore spietato di tutte le sottoculture americane; uno scrittore fuori da ogni conventicola; un uomo divertente che metteva gli uomini al centro di ogni suo ragionamento; un nemico delle avanguardie artistiche inconsistenti; uno scettico sulla fede cieca nella Scienza; un critico verso i dogmi progressisti; un ammiratore dei vantaggi offerti dal capitalismo, convinto della grandezza dell'America. Potremmo proseguire ma semplicemente Tom Wolfe faceva classe sé. Non lascia eredi morali. Ci mancherà moltissimo.

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